Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Voglio fare una cosa che non ho mai fatto. Pubblicherò un racconto a puntate.
Ad essere sinceri, questo racconto è già stato pubblicato nel 2010 su un altro blog - poi chiuso - ma, per dovere di correttezza, sono tenuta ad informare quanti di voi vorranno leggerlo che non è un testo inedito. D'altra parte, non può essere altrimenti. È stato pubblicato nel 2010, pertanto fu scritto pressappoco i primi mesi di quell'anno o, forse, l'anno che lo precedeva. Non ricordo bene.
Come la maggior parte delle persone a cui piace tenere una penna in mano - solo il gesto di impugnare una biro, di per sé, è un piacere - frequentavo un laboratorio di scrittura creativa; e quali compiti ci venivano assegnati se non quelli di scrivere dei racconti?
Premetto: non è dei migliori ma all'epoca, su quel blog, raccolse un notevole riscontro di pubblico (sia maschietti, sia femminucce) che lasciarono commenti entusiasmanti.
Oggi che ho acquisito più consapevolezza dei miei limiti e maggior senso critico delle mie capacità, mi sento di dire che è un testo immaturo. In alcuni passaggi i dialoghi sono deboli, mancano di contenuto, e anche le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono confuse e creano disordine mentale a chi legge.
Alla fine ho deciso di lasciarlo così come era stato messo nero su bianco. Acerbo.
Se lo avessi modificato, mi sarebbe sembrato di "manometterlo", cambiargli aspetto. Gli avrei fatto un torto. Non lo avrei rispettato.
È nato così. Sbagliato. Con tutti i suoi errori, e i suoi difetti.
Pensandoci adesso, credo sia per questo che piacque in quel dì del 2010. A prescindere dalla storia e dai suoi personaggi.
La macchina si fermò accostando al marciapiede con l’indicatore di direzione che lampeggiava con la luce arancione sotto la pioggia.
Dall’auto nero blu scese un uomo con giacca e pantaloni in gessato, cravatta al collo e scarpe nere ben lucidate. Dopo aver messo il piede sull’asfalto bagnato la prima cosa che fece fu quella di abbottonarsi la giacca. Tenne la portiera posteriore aperta ma solo per riferire all’autista di non aspettarlo. Quando la richiuse si avviò con passo sicuro al locale tenendo ambedue le mani nelle tasche dei pantaloni, la testa alta e gli occhi fissi sull’insegna blu accesa.
Blue Valentine.
Quando spinse la porta per entrare udì un campanellino suonare. Trovò una donna dietro al bancone intenta a parlare con altri due uomini che erano entrati prima di lui. Alzò un dito verso una tenda rossa di velluto dove sotto era nascosta una porta e indicò loro di entrare.
« Prego » disse non appena l’uomo si avvicinò.
Era una signora coi capelli ricci, raccolti in una specie di coda, naso prominente, bocca sottile segnata da una matita e con due braccia grosse e flaccide.
Diego non riuscì bene a distinguerla in volto. Le uniche luci accese erano quelle blu al neon che la facevano sembrare ancora più brutta di quanto fosse e la peggiore donna truccata che avesse mai visto sino a quel momento. I suoi occhi non erano altro che due cerchi neri scavati in quella faccia avvizzita e rugosa.
« Quant’è l’ingresso? »
« Ha la tessera? »
« No. È la prima volta che vengo »
« Vuole farla? »
« A cosa serve? »
« Il costo per la serata è di centocinquanta euro. Sono cinquanta l’ingresso e cento la consumazione al bar compreso lo spettacolo. Può ordinare quello che vuole. Se poi vuol passare la notte con una delle ragazze il prezzo varia a seconda di quella che sceglie. Se invece decide di fare la tessera sono settecento euro rinnovabili al mese tutto compreso escluso la notte »
« Le pago l’ingresso e la serata. Almeno per questa sera »
« Sono centocinquanta »
« Assegno o contanti? »
« Contanti ».
Mentre Diego tirava fuori il portafoglio per pagare la donna ne approfittò per prendere una gomma da masticare dal pacchetto di chewing gum che aveva di fronte e buttarsela in bocca ciancicando rumorosamente. La donna fece con lui come aveva fatto con i due uomini che lo avevano preceduto indicandogli la porta dove entrare.
All’interno vi era una sala grande con numerosi tavolini di forma rotonda che riempivano l’ambiente. Alla destra vi era il bancone del bar con degli sgabelli dove era possibile stazionare per la consumazione e di fronte, al centro della sala, un palco dove si esibivano le ragazze.
Quando Diego entrò una di esse stava cantando una versione lenta e modificata di un pezzo dei Nirvana. La ragazza indossava un vestito lungo e trasparente con paillettes argentate che puntellavano la veste ai bordi, sul seno e all’altezza del pube. Sotto era nuda.
Il locale era pieno per la metà dei tavoli. Diego si guardò intorno. Scelse un tavolino isolato tra le file centrali, quelle avanti erano già state tutte occupate. Alcuni clienti erano già sbronzi, altri guardavano colei che era sul palco senza mai staccarle gli occhi di dosso.
L’ambiente era insonorizzato. Ad ogni parete erano appesi drappi di velluto rosso, serpenti di pellicce filanti argentate e dorate, alcune foto che ritraevano Marylin Monroe e schizzi di disegni astratti di nudo femminile. Ai due lati del palco due uomini robusti e forzuti facevano la guardia.
Quando la ragazza ebbe finito di cantare si avvicinò al limitare del palco in direzione del pubblico, fece un inchino, mandò loro dei baci avvicinando le mani alle labbra e fintanto che i clienti applaudivano e fischiavano esultanti – altri alzandosi per guardarla meglio – ne approfittò per presentare il prossimo numero. Al termine si voltò per regalare loro una perfetta visione del fondoschiena tondo e sodo sotto le trasparenze del vestito prima di sparire dalle scene dietro il sipario. Dalla platea si levarono commenti e qualcuno urlò frasi oscene.
Il numero successivo non tardò a venire. Dietro le tende apparve una brunetta con indosso un corpetto di pelle, una minigonna striminzita e scarpe col tacco alto che si esibì in una lap dance.
Una cameriera si avvicinò al tavolo di Diego. Anche questa indossava un corpetto di pelle, una minigonna dello stesso tessuto con un grembiule sopra ed un papillon al collo.
« Cosa prendi? »
« Whisky liscio. Con ghiaccio »
Diego tornò a guardare la ballerina sul palcoscenico e il gruppo di uomini che si divertiva a lanciare i propri commenti mentre la cameriera si allontanava.
La ragazza si tolse il corpetto restando a seno scoperto. Qualcuno gemette. Un altro si asciugò il sudore dalla fronte e sulla nuca con un fazzoletto.
La cameriera tornò per servirgli quello che aveva ordinato. Nel gesto di prendere il bicchiere dal vassoio e di posarlo sul tavolo Diego notò le unghie lunghe della donna con lo smalto nero.
« Grazie » le disse prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra.
« Prego » gli sorrise la cameriere facendogli l’occhiolino.
La sala cominciò a riempirsi. La maggior parte degli uomini che entravano indossavano pantaloni e giacca di ottimo taglio mischiati ad altri che indossavano jeans o pantaloni sgualciti con giubbotti infradiciati dalla pioggia.
Diego finì il suo whisky. Appena ebbe finito la sua consumazione vide avvicinarsi la cameriera che lo aveva servito chiedendogli se volesse ordinare qualcos’altro. Le rispose di no. Tirò fuori il pacco di sigarette dal taschino interno della giacca insieme con l’accendino, ne prese una e l’accese tirando una lunga boccata. Buttò un occhio al bancone del bar. Quattro uomini erano seduti sugli sgabelli. Due di essi si stavano intrattenendo con due ballerine, il primo alitando sul collo della ragazza riferendole qualcosa all’orecchio mentre lei rideva maliziosa, il secondo circondava la vita della donna con un braccio che si divertiva a muovere su e giù.
Fissò ad uno ad uno i presenti seduti ai tavoli. Erano tutti concentrati sullo spettacolo, a bere whisky, scotch e sambuca e a fumare. Qualcuno lo guardò distratto. Qualcun altro chiamò una ragazza al bancone per ordinare.
Poi le luci si spensero. Diego pensò ad un black out quando sentì partire una musica. Venne illuminato solo il palcoscenico. Dapprincipio attraverso dei fanali che emettevano una luce tenue lasciando intravvedere un gruppo di donne avvolte in guepiere che se ne stavano immobili come statue. Poi quelle figure a poco a poco si mossero in un sottofondo di luci rosse.
I movimenti erano lenti, i corpi disegnavano delle curve sinuose nell’aria centellinando i secondi scanditi dal ritmo della musica sulle note di Xama, My heart. Le mani si muovevano armoniose e ben sincronizzate. Scivolavano sulla pelle del volto delle ragazze, sulle labbra, sul collo, sul tessuto dei corpetti, sulle cosce. Si buttavano a terra, strisciando sul pavimento mentre il palco si illuminava. La luce rifletté su una parete bianca dove altre due donne si strusciavano facendo roteare il bacino e scorrendo le mani sul fondo bianco. Tutte indossavano occhiali da sole.
Ad ogni pausa della canzone corrispondeva un loro intervallo.
Le luci si spegnevano. Si riaccendevano.
Le ragazze avevano le labbra truccate di rosso. Indossavano parrucche, toupet. I loro capelli finti brillavano come quelle delle bambole sotto le luci e i riflettori. Ad ogni interruzione si udivano i fischi e i gemiti del pubblico ormai impazzito.
Le ballerine si mischiarono tra loro assumendo la forma e l’aspetto di tarantole saffiche. Il pallore della loro pelle strideva col nero dei loro indumenti.
Tra di esse vi era una donna con una parrucca nera a caschetto, che sembrava guardare in direzione di Diego. Era quella che aveva la corporatura più piccola e un viso da ragazzina. Ma era anche quella che aizzava gli spiriti bollenti della clientela. Ballava come se facesse l’amore alternando un’espressione trasognata ad un’altra più voluttuosa.
Diego allentò il nodo della cravatta e ne approfittò per sbottonare i primi due bottoni della camicia. Teneva gli occhi fissi su quella ragazza che sembrava volesse provocare una sua reazione. Schiuse appena le labbra mentre si passava le dita tra i capelli facendole scivolare di nuovo sulla bocca, sul collo e sul seno.
Diego si accarezzò le labbra sottili col pollice destro velate appena da un sorriso. Sentì il sudore colargli lungo la schiena e incollarsi sulla camicia bianca sotto il tessuto della giacca.
Quando l’esibizione terminò tutte levarono gli occhiali e salutarono il pubblico. Diego aspettò che lei si voltasse dalla sua parte. Dopo aver salutato abbassò lo sguardo e tornò dietro al sipario insieme alle altre ragazze. Le restanti scesero per raggiungere gli uomini in sala e sedersi accanto a loro ai tavolini. Diego s’alzò.
Raggiunse il bancone del bar e chiese alla donna che serviva i clienti se era possibile avvicinarsi dietro le quinte.
« Chi sta cercando? »
« Una delle ballerine che era sul palco »
« Chi? »
« Non la conosco »
« È la prima volta che viene qui? »
Diego annuì.
La donna si asciugò le mani bagnate sul grembiule. Era una donna sui quarant’anni, mora, riccia, né grassa né magra e truccata in maniera vistosa con matita agli occhi e alle labbra. Chiamò la ragazza che aveva servito Diego al tavolo e le disse di sostituirla per un po’ al bancone. La ragazza fece quanto le venne chiesto continuando a guardare Diego anche dopo che si fu allontanato con Rosa.
Questa lo condusse ai camerini dove vi era un via vai di ragazze mezze nude e mezze vestite, chi con una vestaglia addosso, chi con un paio di jeans attillati, chi frugava dietro agli appendiabiti scorrevoli e chi si dava un’occhiata allo specchio all’angolo di una parete. C’erano altri due uomini che aspettavano seduti su una panca e un altro dietro la porta di una stanza. Diego notò che dietro ogni porta del camerino vi era appesa una targhetta con sopra riportato un nome.
« La riconosce tra queste? » domandò Rosa mentre lo accompagnava in quella galleria pervasa di profumi di ciprie, rossetti e altre fragranze usate da quelle diavolesse.
« No. Non è in mezzo a loro » rispose Diego guardandole ad una ad una « era più piccola di statura e aveva una parrucca coi capelli a caschetto »
« Ah. Mi segua allora »
Rosa lo condusse verso l’ala sinistra del locale attraversando un altro corridoio dove vi erano altre porte. Alla fine di quel tunnel salirono per delle scale. Davanti a loro vi era un balcone che, a prima vista, sembrava un piccolo terrazzo con gli infissi chiusi. Un drappo di velluto rosso lo circondava. Sempre sulla sinistra vi era un singolo camerino con due energumeni che facevano la posta. Si scansarono quando videro Rosa avvicinarsi e bussare alla porta.
Diego lesse il nome sulla targhetta. Eva.
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Diventa sempre più difficile per piccoli e grandi editori sostenere un mercato come quello dell’editoria, ed è per questo che ci si chiede: può un autore, da solo, essere l’unica risorsa delle case editrici? Come può l’editore (e il lettore) vivere di soli libri?
Siamo abituati a concepire le librerie come un luogo dove se ne vendono a centinaia, in realtà, in un periodo di rivolgimenti economici come quello che siamo vivendo, non sono solo i libri a fruttare guadagni agli editori, ma anche altre merceologie; tutto sta nel capire come si conciliano questi servizi con i progetti editoriali. continua a leggere
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