Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
"Ho l'età in cui le cose si osservano con più calma,
ma con l'intento di continuare a crescere.
Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita
e le illusioni diventano speranza.
Ho gli anni in cui l'amore, a volte, è una folle vampata
ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa.
E, altre volte, è un angolo di pace,
come un tramonto sulla spiaggia.
Quanti anni ho, io?
Non ho bisogno di segnarli con un numero,
perché i miei desideri avverati,
le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante
valgono molto più di questo.
Che importa se compio venti, quaranta o sessant'anni!
Quel che importa è l'età che sento.
Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure.
Per continuare senza timore il mio cammino,
perché porto con me l'esperienza acquisita
e la forza dei miei sogni.
Quanti anni ho, io? A chi importa!
Ho gli anni che servono per abbandonare la paura
e fare ciò che voglio e sento."
(José Saramago)
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Ti amo è un tempo finito
sospeso tra le parole
che non sanno esprimere
quello che per te provo –
perché le parole sono finite,
corte,
troppo piccole
per contenere il mio sentimento
così forte.
Ti amo è un verbo consumato,
abusato,
usato
e io non userò per te frasi già scritte
ed emozioni che sono di altri –
perché il mio amore
come il dolore
è unico
e conosce una sola direzione: la tua.
Ti mentirei se ti dicessi che mi fai stare bene
perché mi fai stare male –
però per il tuo bene
per il bene che ti voglio
mento
nascondendomi dietro a una risata stupida,
compresa solo dagli sciocchi.
Rido anche adesso
che non mi vedi,
perché è buffo
che proprio a te mento
l’ultima persona con cui vorrei fingere nell’universo.
Ti amo è un tempo infinito
che mette a dura prova i nervi
e la resistenza –
è uno spasmo che si appiccica al cuore
e non lo molla
neanche quando smette di gridare,
perché è un tempo sospeso nella vita
senza il conforto della morte.
(Charlie)
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Avevo un castello di lego
un giorno un bambino ha aperto la porta della mia casa
e ha spalancato gli occhi sorpreso,
il tempo di invitarlo a sedersi accanto a me per osservarlo meglio da vicino
e gli è scivolato sopra un piedino.
"Scusa, non l'ho fatto apposta"
ha detto indicando i mattoncini con vergogna
confusi tra le sedie, il tavolo e il tappeto
di colore blu, rosso, giallo, verde e nero.
"Non preoccuparti" gli ho detto "non è successo niente"
con una pazienza infinita
ho raccolto pezzo per pezzo.
Ho ricominciato da capo
ho ricostruito il castello
ho ricombinato i colori,
assorta
e in silenzio.
Ma il bambino era sbadato
si guardava intorno in cerca di qualcosa
ed è inciampato,
così cadeva di nuovo, di nuovo sul mio castello
mandandolo in frantumi
crash!
eccoli: i resti.
Ancora una volta
sono tutti a terra.
Ho guardato il bambino
ma lui non mi vedeva,
pensava fosse tutto un gioco
non me la sono sentita di sgridarlo
appassirgli la risata che si era conquistato a suon di tonfi.
Di nuovo ho preso i mattoncini
e li ho impilati uno per uno,
non era il tempo che impiegavo a mettermi paura
ma il frastuono che irrompeva nella casa
ogniqualvolta si schiantavano sul pavimento
e mi chiedevo: "perché fa così rumore un pezzo di lego?"
Ho risollevato il castello
ma le mani adesso mi tremavano
ed è venuta su una torre un po' sghemba -
il bambino ha urlato estasiato "che bella!"
in quel momento un vento imprevisto ha spalancato la finestra -
ho aperto le braccia e il bambino si è tuffato sul petto
gli ho chiesto: "perché stai piangendo?"
e lui mi ha risposto: "perché mi ero perso".
Siamo rimasti fermi l'uno nel silenzio dell'altra
aspettando che la terra chetasse il suo boato.
Avevo un castello di lego
che non è precipitato
perché a tramortirmi stavolta fu un suono più grande
che mi rimbombava stretto tra le braccia.
(Charlie)
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Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.
(Antonia Pozzi)
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"La mia carezza scivola disegnando una curva.
Tu ricorda: è la curva più dolce e più bella
perché assomiglia alla curva del cuore"
(Charlie)
Bambole rotte
ballano in qualche sogno
nei sonni degli altri – di chi le ha
e di chi non può averle.
Bambole rotte
mi agitano il giorno
si muovono scomposte
cantano a squarciagola,
voci stonate
piegate dalle risate
spezzate dalla fatica, dalla malattia
trattenute dall’amore che vuole vederle avanti.
Bambole rotte
che non tengo nei cartoni
sono nella stanza dei giochi del cuore;
c’è chi si regge su una gamba
quella a cui manca un occhio
a un’altra il vestito –
spettinate dalla vita –
e poi c’è quella senza braccia.
"Vecchie", direte
potreste confondervi se mi diceste di buttarle
quelle ragnatele sulla loro pelle
sono il biglietto dei lunghi viaggi nel tempo
le battaglie per passare di mano in mano
a un bambino
a un ragazzo
a un uomo
a uno specchio,
sfidando la sorte
giocando a chi è più forte.
Le mie bambole sono rotte perché hanno resistito all’urto del nemico
che a ognuna ha tolto un pezzo
ma quello che conta è integro.
Sì, queste bambole sono belle
perché sono tutte rotte
perché è la loro (im)perfezione
che mi commuove e mi fa tremare il cuore.
(Charlie)
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