Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Diabolik - Una su dieci (albo n. 10 dell'ottobre 2010)¹


La copertina dell'albo Una su dieci a cura di Sergio e Paolo Zaniboni


Le sfide sono il pane quotidiano di Diabolik. Più il suo genio viene messo a dura prova, più lui si impegna a trarre il massimo dalle sue capacità intellettive per mettere a segno i suoi colpi.
L’episodio Una su dieci dell’ottobre del 2010 è uno dei tanti che vede il Re del Terrore alle prese con un bel rompicapo.

Il bottino di cui vuole impossessarsi è composto da cinque perle dal valore incalcolabile di proprietà dell’ingegnere Giacomo Radner. Il piano prevede che Eva si sostituisca a Emilia, figlia di quest’ultimo, per scoprire in quale delle dieci casseforti distribuite all’interno della villa è custodito il favoloso tesoro. Come spesso accade però l’imprevisto è dietro l’angolo, ed Eva e Diabolik sono costretti a cambiare i loro programmi. L’imprevisto è più di uno.
Il primo è dato dalla decisione dei fratelli di Emilia di giungere alla villa due giorni prima del loro arrivo; la riunione di famiglia sarà anche l’occasione per spartire la grossa eredità tra i figli di Giacomo e per donare una perla a ciascuno di loro. Scopo di Diabolik ed Eva è di evitare che le perle vengano divise prima che possano rubarle, se ciò dovesse succedere per la coppia diventerebbe complicato poterle recuperare tutte assieme. Il tempo per scoprire in quale delle dieci casseforti sono conservate è troppo poco, così Diabolik decide di accelerare i tempi penetrando nella villa e far parlare Giacomo col pentothal, ma il magnate viene colpito da un attacco cardiaco (secondo imprevisto). A questo punto al criminale non resta che una sola cosa da fare: prendere il posto dell’ingegnere e provare a capire, per il tempo che gli resta, qual è la cassaforte giusta da aprire.
Comincia da quella stessa notte in cui ha modo di accorgersi che, all’apertura del forziere, Giacomo aveva pensato di installare una trappola mortale per impedire al ladro di portargli via i preziosi (terzo imprevisto). Diabolik riesce a scamparla per un pelo, l’astuzia progettata dall’ingegnere tuttavia gli accende un’intuizione: ogni cassaforte dispone di un marchingegno che bisogna disinnescare prima di aprirla, altrimenti si incorre in morte certa.
Messa al corrente Eva della morte di Radner, le intima di raggiungerlo alla villa per portar via il suo cadavere e per consegnargli la maschera con le sue fattezze che aveva preparato qualche giorno prima in caso di evenienza. Eva non vuole lasciarlo solo, in due è più facile e più veloce capire qual è la cassaforte da forzare ma Diabolik è irremovibile, e con una scusa la convince che per lui sarà più facile muoversi da solo in casa Radner, limitando i contatti con Emilia per non destarle sospetti sulla sua vera identità. In realtà la sua decisione è dettata dalla paura che Eva possa cadere vittima degli infernali tranelli dell’ingegnere, tenerla lontana da quei congegni, e rischiando lui solo, lo farà stare più sereno.
Nei giorni seguenti comincia la caccia alla cassaforte che contiene le cinque perle, con relativa sfida di eludere le trappole ad esse connesse, e avviene anche un “colpo di fortuna”: i fratelli di Emilia rimandano il loro arrivo a causa di un problema di salute di uno dei nipoti. Diabolik non poteva sperare di meglio; ora ha più tempo per studiare con calma le casseforti e, se è fortunato, ha buone probabilità che riesca a trovare quella che gli serve prima che i fratelli Radner giungano alla villa e rubare le perle.
Come è stato preannunciato all’inizio, gli imprevisti si sussegueranno in un crescendo di ritmo, adrenalina, colpi di scena, e se gli autori dapprincipio avevano dato da intendere che Eva giocasse un ruolo marginale in questa storia, alla fine i lettori scopriranno che non è come ci si aspettava ma che, anzi, il suo intervento ancora una volta sarà decisivo per le sorti del Re del Terrore.
Non ho intenzione di svelare il finale – l’unica cosa che mi sento di dirvi è che l’episodio si chiude con il noto bacio tra Diabolik ed Eva, e mai scena e scelta di chiusura è stata più azzeccata come questa volta – né i nodi che costituiscono il tessuto narrativo della storia (sono tanti, minuziosi e ingegnosi, come sempre sono caratterizzate le vicende diaboliche), quello che mi ha colpito di questo episodio è l’analisi lucida che fa Diabolik sulla mente geniale, tanto quanto la sua, di Giacomo Radner (forse perché è un ingegnere e il cervello è allenato a pensare in maniera innovativa, creativa e abile come quella del criminale?). L’impressione che ho avuto è quella di un Diabolik che stesse studiando se stesso allo specchio, come se avanti a sé avesse il suo doppio: quindi la sfida che ne vien fuori è una sfida nella sfida. In altri termini, più che una messa alla prova delle sue capacità – a cui gli autori e gli sceneggiatori ci hanno abituato negli anni e che ci hanno permesso di conoscere chi è Diabolik – Una su dieci è l’albo che mostra l’estensione delle sue capacità, che ci dimostra fin dove può spingersi, e quali sono i limiti (ammesso che li abbia) della sua mente geniale e diabolica.

Una scena emblematica da una tavola di Una su dieci (disegni di Angelo Maria Ricci)


È molto raro che Diabolik si arrenda. L’interesse rivolto ai tesori e ai bottini non è solo un mero interesse estetico o di arricchimento, è anche – e soprattutto – un gusto di testare le sue abilità e capacità. Una volta in un’intervista il direttore della Astorina, Mario Gomboli, riferì che ciò che spinge Diabolik a rubare non è tanto il piacere di rubare, ma è il piacere della sfida; per rendere meglio il concetto buttò lì un’affermazione dicendo “se lasci una collana o un qualsiasi altro monile fuori alla finestra Diabolik non lo ruba, per lui sarebbe troppo facile. A lui interessa la sfida” .
In Una su dieci ha, appunto, solo una possibilità su dieci di fare centro.

L’altro avversario è il fattore tempo. Il piano che aveva pensato con Eva è andato in fumo, è costretto a cambiarlo e a modificarlo ogni minuto che passa adattandosi agli imprevisti e improvvisando. È un Diabolik che non smette di studiare la sua vittima anche da morto attraverso i suoi scritti e i suoi appunti, che invece di studiare ed esaminare ogni dettaglio preliminarmente in previsione del piano e delle fughe da attuare, in questo caso si trova a pianificarlo in itinere. La chiave di volta è davanti ai suoi occhi, davanti a quello specchio, davanti ai promemoria dell’ingegnere Radner.

La soluzione che lo porterà alla fine ad impadronirsi delle perle è nascosta, come sempre, in un dettaglio.







¹ L’albo, in versione ristampa R, uscito il 10 febbraio è ancora reperibile nelle edicole di tutta Italia

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni | Commenti pubblicati dagli utenti : 0 | Data : 23/02/25

Accedi o Registrati per commentare l'articolo


Diabolik – La lunga fuga (albo n. 19 del settembre 1971)


La copertina dell'albo La lunga fuga


Diabolik è un uomo molto particolare e, nei 900 e passa albi che si sono succeduti in sessantadue anni di storie (quest’anno il sessantatreesimo), gli autori – le sorelle Giussani per prime – non hanno mai mancato di marcare la sua peculiarità.

Un esempio di queste storie è La lunga fuga.

Ci troviamo nel Beglait, Stato di appartenenza di Altea di Vallenberg, compagna di Ginko. Diabolik è lì (precisamente nel castello di Altea) sotto le sembianze di Lodovico, il fedele maggiordomo della duchessa. Il motivo, futile a dirlo, è per rubare una collana di rubini e diamanti che Margherita Di Rennert riceverà dal re del Beglait in occasione delle sue nozze. Il gioiello verrà consegnato nella dimora della duchessa di Vallenberg durante una festa, e resterà chiuso nella cassaforte per qualche ora. Altea è sempre stata contraria allo sfoggio delle ricchezze da parte dei nobili della sua città, nondimeno ha accettato che il prezioso monile venisse consegnato in casa sua pur non condividendo la decisione. Da un po’ di tempo infatti nel Beglait vi sono accese contestazioni da parte della popolazione, stanca della maniera con cui viene utilizzato il denaro da parte del governo, finalizzato solo a soddisfare i vizi e i capricci dei nobili a discapito della povera gente. Il clima di odio diventa ogni giorno più aspro, ragion per cui Eva suggerisce a Diabolik di fare molta attenzione durante il colpo perché il pericolo di una rivoluzione potrebbe essere in agguato.


Una tavola dell'albo: disegni di Flavio Bozzoli e chine di Lino Jeva


Come con Diabolik, anche con Eva le autrici hanno fortemente voluto che i lettori sapessero sin da subito chi è, nella coppia, quella ad essere dotata di un grande intuito, dote che è stata decisiva (e che ancora oggi continua ad esserlo) in molti furti compiuti dal Re del Terrore, e che gli ha permesso in numerose circostanze di salvarlo dallo spettro della ghigliottina.

Alla fine la rivoluzione esplode, le dimore dei nobili vengono prese d’assalto e questi sono costretti a fuggire. Altea si serve di un passaggio segreto situato all’interno del castello che consente a lei, a Lodovico (Diabolik) e a Marta la cameriera, di scappare per trovare rifugio a casa di amici fidati della duchessa. Tuttavia, una volta fuori, i tre si accorgono che la situazione è più grave di quanto avessero immaginato perché alcune ville sono già state assediate. Marta decide di mettersi in salvo da sola, Diabolik invece è deciso non solo a salvare Altea – che lo ha salvato a sua volta – ma anche ad impossessarsi dei gioielli che la donna porta con sé, una volta raggiunto il confine. Il percorso per raggiungere Clerville è lungo e tortuoso, Altea e Lodovico sono costretti a giungervi per vie traverse inerpicandosi tra boschi e colline per non farsi scoprire e acciuffare dai ribelli. Diabolik escogita un piano per trarre in inganno i loro nemici: basta che Altea si leghi in testa il fazzoletto che porta al collo e che si sporchi le mani di terra in modo che sembri una contadina. Non basta però: deve spezzarsi le unghie sfregandole sulle rocce visto che le sue sono le mani curate di una donna nobile e darebbe nell’occhio. Per quanto riguarda lui, basta togliere la giacca da maggiordomo e fingere che siano padre e figlia così, chiunque possa incontrarli, non avranno sospetti sulla loro reale identità.

Nel tragitto succede di tutto. Diabolik è costretto a fronteggiare un uomo di campagna intenzionato ad ucciderli appena scopre che avevano trovato rifugio nel suo capannone credendo che fossero dei ladri. In realtà Altea è molto stanca, ha persino qualche linea di febbre e, in svariati momenti, chiede a Lodovico di fermarsi perché non si sente in forze per proseguire il cammino. Seppur riluttante, Diabolik la asseconda in ogni sua esigenza; durante la fuga avrà anche modo di scoprire la forza di carattere e il sangue freddo della duchessa in una situazione in cui pensava che fossero ormai spacciati.

Anche Ginko non se ne sta con le mani in mano. Appreso della rivoluzione in atto e preoccupato per le sorti della sua amata di cui non ha più notizie, parte per Lusten. Sulla strada, però, trova un ostacolo: si tratta di Michele Starr, capo dei rivoluzionari che, con una gentile scusa, lo rispedisce a Clerville. Quando al termine di tutto Altea e Lodovico avranno raggiunto il confine e saranno in salvo, sia Ginko, sia Eva potranno tirare un sospiro di sollievo nel poter riabbracciare i propri compagni.

Bellissime sono le ultime scene con cui si chiude la storia. Altea confessa a Lodovico di sapere chi è realmente e, stanca e riconoscente, ne approfitta per dargli i gioielli. Diabolik li rifiuta, ma le confessa che non è detto che in futuro non venga a riprenderseli, sottolineando ancora una volta la sua natura di ladro e di fuorilegge che non prende ordini da nessuno. “Dove vai adesso?” gli chiede dopo che il criminale le ha indicato una cabina telefonica poco distante dove può mettersi in contatto con Ginko, “Duchessa, non percorriamo più la stessa strada” le risponde con un sorriso sulle labbra prima di lasciarla e di correre dalla sua Eva.

Una volta in commissariato, sfinita ma viva, l’ispettore abbracciandola le domanda come abbia fatto a fuggire dal Beglait e mettersi in salvo. “Mi ha aiutata un uomo”, risponde Altea. “E dov’è ora?”, chiede Ginko. “Se ne è andato”, “Peccato, avrei voluto sdebitarmi con lui. Sai dirmi chi era?”

“Un tipo strano… anche io non sono riuscita a sdebitarmi”.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni | Commenti pubblicati dagli utenti : 0 | Data : 14/01/25

Accedi o Registrati per commentare l'articolo


Diabolik - Sepolti vivi (albo n. 19 del 1970) e Delirio omicida (albo n. 19 del 1980)



Sepolti vivie Delirio omicida.

Sono due albi “diabolici” rispettivamente del 1970 e 1980. Due storie che mi hanno colpita per le ragioni che qui svelerò.

Partiamo dal primo.

Diabolik e Ginko si ritrovano casualmente in mano ad una banda di balordi decisi a farli fuori. Sempre casualmente Diabolik viene scoperto da questa banda, di cui aveva preso il posto del capo, e fatto prigioniero. L’intento dei balordi è quello di vendicarsi dopo la beffa subita da quest’ultimo, che li aveva chiusi in casa per scappare col bottino del furto. Il grande criminale viene quindi trascinato in un vecchio monastero, malmesso e abbandonato, ma il destino vuole che una sera Ginko si trovi a percorrere in macchina la strada dove esso è situato, e che si fermi per dare un’occhiata dopo aver visto dei bagliori provenire dal negletto convento. Poiché al suo interno erano appostati i balordi di cui sopra, Ginko si ritrova ad essere catturato anche lui e sepolto vivo assieme al suo nemico.

Occorre qui una specifica. Il titolo dell’albo è Sepolti vivi, in realtà la banda criminale non ha intenzione di seppellirli, ma solo di tenerli prigionieri per il tempo necessario a ricattare Eva Kant ed impossessarsi dei tesori di Diabolik, dopodiché sia l’ispettore sia Diabolik verranno uccisi (questo per diritto di cronaca).

I due eterni nemici riescono però a fregare la banda. Alleandosi e unendo le loro forze (la frase è da prendere alla lettera) trovano la maniera e il cunicolo dove fuggire; finalmente, una volta liberi la “tregua” amica terminerà (Diabolik la definisce proprio così) e torneranno ad essere i nemici di sempre.

Fulcro della storia è l’alleanza che “stipulano” Diabolik e Ginko per poter sfuggire alle ire della banda. Il fine dei due è diverso: Diabolik punta a tornare dalla sua donna e ad essere di nuovo libero di agire per altri furti, Ginko per catturare la banda e ripulire Clerville dalla gentaglia come loro.

Seppure gli scopi dei due uomini sono simildiversi (la necessità primaria è quella di tornare liberi, anzitutto), non si può non notare il grande rispetto e la sconfinata stima che Diabolik nutre per il suo più acerrimo nemico (una caratteristica del Re del Terrore che nella maggior parte degli albi viene sottolineata spesso): la prima volta evita che uno dei componenti della banda faccia del male a Ginko (in una vignetta si vede che è pronto per sferrare un pugno in faccia al poliziotto) così, per scongiurare il rischio, allunga una gamba facendolo inciampare. In quest’occasione l’ispettore dirà a Diabolik che avrebbe preferito affrontare il delinquente piuttosto che esser stato difeso da Lui; Diabolik, per tutta risposta, gli confesserà che voleva solo farlo arrabbiare (una scusa più che banale per nascondere la verità che Ginko intuisce).

Il secondo passaggio della storia è caratterizzato dai continui sguardi che i due si lanciano l’un l’altro per studiarsi a vicenda, e capire esattamente cosa l’uno stia pensando dell’altro arrivando ambedue alle conclusioni giuste. Il terzo passaggio – quello che per me sottolinea questo aspetto di stima reciproca e quindi, di fatto, il più bello – è il supporto sia psicologico sia fisico, che criminale e poliziotto si scambiano costantemente, messo in risalto dai disegni del Maestro Flavio Bozzoli e dalle chine di Glauco Coretti. In particolar modo, in una vignetta si vede solo la stretta di mano tra Ginko e Diabolik (la vignetta è eloquente perché la presa è poderosa e nel disegno è ben tratteggiata) quando il primo aiuta il secondo a salire dopo che si è fatto male scivolando a terra.

Ci sarebbe poi un quarto passaggio, quando al termine dell’avventura Ginko e Diabolik tornano liberi, che per alcuni potrebbe non rivestire la stessa rilevanza delle scene della prigionia ma che tuttavia svela, ancora una volta, il lato umano e il senso etico del Criminale. Diabolik osserva Ginko e dice tra sé “La tregua è finita” quasi fosse dispiaciuto che quel legame che li ha resi complici, sebbene per poche ore, si sia spezzato così presto. Da ultimo, al rifugio con Eva non mancherà di nuovo di esternare la sua ammirazione per Ginko stupendosi ad alta voce della tempra del suo nemico.

Il secondo albo, Delirio omicida, ha come anno di pubblicazione il 1980.

Prima scena. Un’umile famiglia raccolta a tavola per l’ora della cena. Perché umile? Perché se le sorelle Giussani vengono ricordate con tanto di onori, magnificenze e squilli di tromba è perché non solo sono riuscite a dar vita ad un personaggio che raccoglie tutt’oggi un grande successo nazionale e internazionale accrescendo ogni giorno il numero dei fan e dei followers, ma soprattutto perché non trascuravano nulla destinando una particolare attenzione ai dettagli.

La famiglia in questione sta cenando con un piatto di polenta che suscita lamentele da parte della figlia e con relativo rimbrotto da parte della madre (“Stai sempre a lamentarti, c’è gente che non ha neanche da mangiare”) quando una banda di teppisti fa irruzione nella casa. Senza alcun motivo, solo per il gusto di divertirsi e seminare il panico, cominciano a spaccare tutto, a tracannare vino, a prendere a schiaffi la padrona di casa e a sparare colpi di pistola per aria. Uno finisce con l’ammazzare il padre che aveva provato a difendere la famiglia avvicinandosi al fucile per puntarlo contro la banda e metterli in fuga. Poi questi ammazzano pure la madre, e alla figlia rimasta ofana spetta una fine non allettante che le autrici lasciano solo immaginare.

Il giorno seguente Eva ascolta in tv una trasmissione in cui un giornalista intervista un sociologo chiedendogli il perché di questa furia omicida da parte di questi teppisti che, da un po’ di tempo, seminano la paura in città con episodi di violenza. Il modus operandi è sempre lo stesso: la violenza, che si manifesta con uccisioni, disordini, stupri. Indirizzata sia a famiglie ricche, sia a famiglie povere.

Eva, alquanto scossa e interessata all’argomento (Diabolik prova a destare la sua attenzione ma poi si scusa vedendola concentrata a seguire il programma), chiede al suo compagno cosa ne pensa, il quale non sa darle una risposta. Intanto la maschera di Valentina Brush è pronta e quella stessa sera Eva entrerà in azione per sostituirsi alla moglie di Guido Brush e scoprire gli allarmi che neutralizzano la cassaforte. Ed è proprio in detta circostanza che Eva si troverà faccia a faccia con questi delinquenti vivendo momenti di puro terrore…

Cos’è che mi ha attratto in queste due storie? Nella prima il grandissimo rispetto che Diabolik e Ginko hanno l’uno nei confronti dell’altro sebbene siano nemici. Nelle storie diabolike sono tante le occasioni che vedono l’Ispettore e il Criminale allearsi per risolvere talvolta dei casi spinosi (tipo intrighi internazionali e altro) e talvolta per aiutarsi a vicenda a farla franca. In ambedue le circostanze nessuno dei due ha mai approfittato della “fortuna” capitatagli sotto mano per far fuori il rivale, anzi. Solo parole di profonda stima e di ammirazione. Un esempio è la vignetta qui sotto dove Diabolik, nei panni di Gerardo, esprime a parole tutto ciò che pensa di Ginko.


Una tavola tratta da La lunga notte (albo n. 26 del 1968)


Nella seconda storia ciò che mi ha colpita è l’attualità del tema: la violenza e tutti i fatti ad essa connessa e generati dalla stessa. Si tenga presente che Delirio omicida è un albo del 1980 (quindi stiamo parlando di 44 anni fa), e stupisce pensare come una storia di tal genere sia così aderente alla realtà dei giorni nostri che sembra scritta per il 2024.

Non spetta a me il compito di elencare i numerosi fatti di cronaca nera da cui veniamo sommersi per 365 giorni all’anno, avvenimenti che hanno come protagonista la violenza in tutte le sue forme: stupri, omicidi, risse, lesioni, minacce, che sembrano esercitati senza motivo per il solo gusto di far parlare di sé e per puro divertimento. Nel fumetto tutto si risolve per il meglio perché – a me scappa un sorriso amaro per il paradosso di quanto sto dicendo – c’è un Criminale che fa Giustizia, purtroppo nella realtà le cose sono un pochino diverse.

Dovrebbe far riflettere anche l’alleanza tra Ginko e Diabolik nell’albo Sepolti vivi considerato che siamo in guerra (al momento c’è una guerra in Occidente e una guerra in Oriente, ma è più corretto dire che anche dove non c’è guerra fisica o materiale c’è guerra mediatica e spirituale). Quella tra Ginko e Diabolik è una battaglia onesta, pulita, fondata sull’equilibrio, sul rispetto e sulla sincerità senza tanti trabocchetti o sotterfugi, la stessa cosa di quanto avviene nello sport che ci insegna come l’avversario non è mai un nemico da abbattere, ma una persona con cui confrontarsi per scoprire lati nascosti di sé e, ove possibile, migliorarsi. La persona che si ha di fronte diventa strumento per correggere i propri errori e, nel contempo, chi ci sta di fronte apprende da noi i suoi di errori per poterli rettificare. In una parola, diventiamo utili l’uno per l’altro.

Se proprio non si può fare a meno della guerra, almeno impariamo a saperci confrontare col prossimo con la giusta misura senza tanti spargimenti di sangue e di vite umane.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni | Commenti pubblicati dagli utenti : 0 | Data : 01/10/24

Accedi o Registrati per commentare l'articolo


Dylan Dog – Colui che divora le ombre


Copertina di Raul e Gianluca Cestaro 


Se mi chiedete quali sono i temi che mi stanno particolarmente a cuore vi rispondo che uno di questi è il bullismo.

È (anche) di bullismo che si occupa l’albo n. 456 di Dylan Dog, Colui che divora le ombre (testo e sceneggiatura di Alessandro Bilotta, disegni di Corrado Roi) uscito a fine agosto nelle edicole e in fumetteria.
A Cravenroad si presenta un cliente molto particolare per Dylan. Si tratta di un bambino, Timothy Scare, il quale gli chiede di aiutarlo a mandar via il mostro che si nasconde dentro l’armadio della sua cameretta, e che ha ammazzato i suoi genitori. Il mostro non aspetta che il buio della notte per farsi vivo e per uccidere le poche persone care che vogliono bene a Timothy. Quest’ultimo vive in una lussuosa casa con il maggiordomo e frequenta una scuola privata dove è oggetto di sprezzo da parte dei suoi compagni (se “compagni” si possono definire coloro i quali passano le giornate a prendersela con i più fragili).
Inizialmente Dylan è restio a dar credito alle parole (ma sarebbe meglio definirle paure) di Timothy, poi si convince ad aiutarlo, soprattutto quando si rende conto di persona che il bambino è bullizzato. L’occasione si presenta quando va a fargli visita a scuola e lo tira fuori dall’armadietto dove è stato cacciato dentro da questo gruppo di sgallettati.
I problemi da risolvere quindi sono due: quello principale è il mostro chiuso nell’armadio della cameretta che si diverte a spaventare Timothy – ma che non gli fa alcun male – e il secondo sono i mostri che incontra dal vivo tutti i giorni a scuola.
Non starò qui a spoilerare il finale della storia, primo perché non voglio rovinarvi la sorpresa e poi è bene che voi lo leggiate perché le recensioni, per quanto possano essere utili e ben fatte, non rendono mai merito all’opera che si va a recensire. Le emozioni, lo stato d’animo che si prova leggendo un testo, ammirando un’opera d’arte o ascoltando una canzone non sono uguali per tutti, la maniera di percepire e di sentire è diversa da persona a persona. Quel che può fare il recensore è suggerire, e aiutare a cogliere aspetti o dettagli che possono sfuggire all’occhio, alla mente o all’orecchio del destinatario dell’opera. Pertanto…
I temi importanti di questa storia, dicevamo, sono due: i mostri, sempre presenti nell’immaginario dei bambini (chi non ha mai avuto un mostro da sconfiggere sotto il letto o nell’armadio quando era piccolo, oltre ad allietare le proprie giornate con l’amico immaginario?) e il bullismo, che sempre di mostri tratta e quindi, alla fin fine, il tema si riduce ad uno solo: i mostri.
Il genio di Bilotta sta proprio in questo, essere riuscito a tirar fuori una storia che tratta di incubi, tipiche delle avventure di Dylan Dog, con uno sguardo rivolto non solo al lato onirico ma anche al lato reale, e di come di incubi si possa vivere – e conviverci – tutti i giorni. Non è la prima volta che nelle storie “dylaniane” si faccia riferimento alla realtà (gli autori e gli sceneggiatori hanno preso più volte spunto dalle proprie esperienze di vita personale per scrivere le storie) ed anche e soprattutto alla letteratura, però trovo che mai come in questa occasione l’Incubo sia azzeccato.



I disegni di Corrado Roi fanno il resto (mi correggo: fanno molto), riuscendo a catapultare il lettore nell’atmosfera angosciosa, realistica e – all’apparenza – impotente vissuta dal protagonista.
Per chi volesse leggere l’albo consiglio di prestare un occhio all’espressività che viene conferita ai volti dei personaggi volta a comunicare al lettore il sentimento che il soggetto sta provando in quel momento (paura, sgomento, ilarità, aggressività) perché, come dice Bilotta, “i fumetti sono guidati dai personaggi e da chi li disegna”. Guardate, non è facile per un artista (che sia uno scrittore, un disegnatore, uno scultore, un cantante) far capire all’altro lo stato d’animo che si sta provando o quello che sta provando il personaggio in quel preciso momento, è già complicato capirsi tra simili nella vita di tutti i giorni, figuriamoci in una vita parallela (a me piace chiamarla così).

Pertanto, chi ci riesce tanto di cappello.
È stato un albo che mi è piaciuto perché si occupa di uno dei temi tristemente attuali, e poi perché al centro non troviamo un ragazzo adolescente, ma un bambino con i suoi incubi e le sue fragilità (e del suo bisogno di aiuto in un mondo dove gli adulti non danno ascolto ai bambini).
Il messaggio di questa storia è un messaggio molto forte, lanciato soprattutto sul finale dove si scoprirà l’identità di colui che divora le ombre.


Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni | Commenti pubblicati dagli utenti : 0 | Data : 26/09/24

Accedi o Registrati per commentare l'articolo


L’arresto di Diabolik (albo n. 3 del 1963)



Quando Angela Giussani creò Diabolik all’inizio non era prevista la presenza di una donna che affiancasse il criminale.

Il “fumetto del brivido” come si legge nell’occhiello – questo almeno fino al numero 28 perché dal numero 29 in poi sino ai giorni nostri è diventato “il giallo a fumetti” – fu pensato per i pendolari che si recavano a lavoro in treno in modo da occupare quell’ora di viaggio con la lettura di un giornalino in formato tascabile.

Era il 1° novembre del 1962 quando uscì per la prima volta nelle edicole Il Re del terrore. Solo alcuni mesi dopo, e precisamente nel marzo del 1963 con L’arresto di Diabolik, fece la sua comparsa Eva Kant.

Diabolik ed Eva si incontrano all’Hotel Excelsior. Il criminale viene a conoscenza che la ricca ereditiera possiede il famoso diamante rosa e vuole impossessarsene. Per attuare il suo piano prende il posto di Robert, il cameriere personale che è stato assegnato a Lady Kant per soddisfare tutte le esigenze della ricca e affascinante ospite. Ma succede l’imprevisto. I due si innamorano.

A complicare ulteriormente le cose ci pensa l’ispettore Ginko messo sulle tracce del nemico da Elisabeth, la prima fidanzata di Diabolik e sua convivente che scopre un rifugio segreto di quest’ultimo. Diabolik viene arrestato, processato e condannato a salire sulla ghigliottina. L’amore e l’intervento di Eva saranno fondamentali per la salvezza del Re del terrore, senza di lei la storia avrebbe preso un’altra piega e non sarebbe quella che tutti noi conosciamo.

L’arresto di Diabolik non è il solito albo. Assieme al primo numero, Il Re del terrore, si conquista anche lui la qualifica di caposaldo del fumetto, non fosse altro perché al loro interno facciamo la conoscenza della coppia criminale più famosa e più longeva di sempre (che ha il pregio di essere ancora unita dopo la bellezza di sessantuno anni).

Adesso, stare ad analizzare le ragioni che hanno portato questo fumetto ad un successo così enorme non è così semplice come si crede. Fatto sta che alle sorelle Giussani, ad Angela in primis perché sua sorella Luciana la affiancò solo a partire dal quattordicesimo numero della serie, va riconosciuto non solo un grande merito, come più volte si è sottolineato negli anni in numerose recensioni, ma anche una strabordante genialità.

Diabolik è ricco di contenuti, dettagli, scene, schemi, regole… uno dei punti a suo favore è quello di avere una struttura solida alla base per poter costruire una storia. E tutti gli elementi devono andare ad incastro, altrimenti il puzzle non riesce.

Scrivere per Diabolik e di Diabolik non è semplice: c’è una parte tecnica, una parte analitica, una parte pragmatica e pure una parte sentimentale. Diabolik ed Eva sono molto simili, hanno un vissuto uguale che li ha segnati entrambi (ed è forse questo particolare che fa sì che si riconoscano) la coppia complementare per eccellenza; eppure, come tutte le coppie, litigano, hanno punti di vista diversi, lei impulsiva, lui razionale e misurato. Tutti questi elementi sono difficili da far combaciare in una storia.

Se poi consideriamo gli altri personaggi che ruotano attorno ai protagonisti (gangster, criminali, ricchi possidenti, vip, giornalisti, bambini, anziani e i reietti della società) esclusi Ginko e Altea che possiamo considerare a tutti gli effetti anche loro protagonisti, nonché i personaggi che ormai sono diventati un must della serie e che ciclicamente ritornano (Bettina, Sibilla, Valentino, Saverio, Dolores, Rudenko, Nina) le difficoltà diventano ancora maggiori.

È importante tenere in conto che già sia lui (Diabolik) sia lei (Eva) hanno delle personalità molto peculiari: ambedue molto forti, astuti, passionali, volitivi, testardi, ma dai tratti ben marcati. Definire Diabolik caparbio è uguale sotto il profilo semantico, ma sotto il profilo caratteriale la caparbietà di lui è diversa da quella di Eva, dove nella sua forza è mescolato anche il suo lato dolce e femminile. Proprio per questa sua dolcezza alcuni personaggi hanno avuto scampo dalla crudeltà di una razza di gente che aveva poco di umano, penso ad esempio all’albo L’isola degli uomini perduti (aprile, 2005), Testimone d’accusa (agosto, 2001), Un piccolo imprevisto (agosto, 2002), Al quarto mese (agosto, 2008), Il prezzo dell’inganno (novembre, 2008), Un uomo violento (maggio, 2012) e molti altri. E quasi sempre Eva si è scontrata – duramente – col suo compagno che la pensava diversamente da lei, seppure innamorato alla follia della sua donna.

E poi c’è una cosa che non riesco proprio a fare a meno di Eva quando la penso: è riuscita a conquistare Diabolik spiazzandolo. Proprio lui, il più diabolico di tutti gli esseri viventi (nelle prime serie è davvero cattivo e anaffettivo) che si sorprende, per primo, di avere un cuore.


Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni | Commenti pubblicati dagli utenti : 0 | Data : 23/07/24

Accedi o Registrati per commentare l'articolo