Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Quando ero all’università condividevo la mia stanza con tre compagne di corso. La sera, dopo cena, quando non ci andava di guardare la tv, ci mettevamo a chiacchierare del più e del meno: di un aneddoto che ci era capitato durante la giornata, delle abitudini dei nostri genitori, ci cimentavamo in imitazioni e sfottò di persone di nostra conoscenza, ci scambiavamo barzellette, confidenze e, come sempre succede quando si è in gruppo, capitava che la conversazione virasse su storie di paura o film horror.
In una delle tante sere viene fuori che ci mettiamo a parlare di Psyco, film di Alfred Hitchcock del 1960 con Anthony Perkins nel ruolo di Norman Bates e Janet Leigh nella parte di Marion Crane. A raccontare la trama del film è Luciana.
Luciana era una ragazza molto originale – parlo al passato perché dall’università non ci siamo più riviste perché ognuna di noi ha imboccato strade diverse – e una accanita lettrice, ascoltava tanta musica, anche se generi non proprio comuni e lontano dalle melodie commerciali, e guardava tantissimi film. Non era espansiva con tutti (in realtà era timida ma non voleva darlo a vedere), si apriva quel tanto che bastava solo con chi era le era affine e mai più di tanto; era simpatica, intelligente, ironica, dal fisico grassottello che usava come corazza per difendersi dal mondo e nascondere le sue cicatrici e fragilità. Agli occhi delle altre si mostrava come una donna forte, prorompente, che niente e nessuno sarebbe riuscito a scalfire, sicura di sé e che sapeva il fatto suo. Osservava e immagazzinava. Taceva quando c’era da tacere, non parlava mai a vanvera e non criticava mai. Custodiva con gelosia e segretezza i suoi pensieri.
Per questo suo modo di essere, mi piacque da subito. Potevo passare intere giornate a studiarla a mia volta, in silenzio, proprio come faceva lei. C’erano giorni in cui mi dannavo per capire cosa le passasse per la testa, non si riusciva mai a comprendere fino in fondo di che umore fosse, era sfuggente, evanescente. Le altre ci avevano fatto l’abitudine, sapevano quando era il momento di lasciar perdere. A me, al contrario, la cosa faceva impazzire.
C’è da dire che al suo silenzio interiore si contrapponeva un casino al di fuori. Luciana era disordinata, lasciava tutto in giro: reggiseni, auricolari, carica batterie del telefono, scarpe, riviste, cd, matite, libri, evidenziatori, cibo avanzato, ferretti per capelli, spazzolino, arriccia capelli, boccette di profumo e altre chincaglierie…
Una sera l’assalì l’uzzolo di raccontarci questo film, che conoscevo di fama ma che non avevo mai visto sino ad allora. Ci confidò che era il film che le aveva messo più paura in assoluto e che era rimasta molto colpita dalla scena finale in cui Norman Bates, in una stanza adibita gli interrogatori del commissariato, con una coperta addosso svela il mistero delle uccisioni delle giovani ragazze al Motel Bates. È un ricordo che ho conservato nella testa anche dopo tanti anni perché, nel raccontarci la pellicola di Hitchcock, Luciana aveva trascinato una sedia al centro della stanza, ci si era seduta sopra, e aveva provato a riprodurre la mimica facciale di Anthony Perkins per trasmetterci quella sensazione di terrore che l’aveva sopraffatta la prima volta che aveva visto il film.
Lì per lì non capii subito cos’è che l’avesse spaventata così tanto, pur avendoci rivelato che a farlo era stata la coesione di due identità che abitano, e possono abitare, nella testa di un individuo (inutile che sto a narrarvi la trama di Psyco che, al contrario di me, conoscete tutti. È lo stesso Norman Bates ad uccidere le vittime, sotto le sembianze della madre morta la cui identità ha il sopravvento su quella del figlio). Allora (molto, molto superficialmente) dissi a Luciana che trovavo spaventosi molti altri film al posto di Psyco, dove non si vede altro che sangue, frammenti di carne e ossa e corpi umani sventrati dall’inizio alla fine. Rimasi sorpresa da ciò che mi disse. E fu come ricevere uno schiaffo in faccia.
“Carla tu non hai capito niente. I mostri, gli zombie, i fantasmi sono fantasie. I pazzi, le persone deviate, con disturbi e nevrosi sono reali. Esistono. A me fa paura pensare che queste persone le posso incontrare per strada, parlarci, e magari che possono diventare pure miei amici e che me li posso addirittura sposare. Posso guardare tutti i film con i mostri, gli alieni, le streghe e gli zombie dove si ammazzano l’uno con l’altro e dove si vede sangue dal principio alla fine, non mi fanno nulla. Non ho paura perché sono finti, mentre la gente affetta da doppia personalità esiste, e sono esseri davvero pericolosi. Poi tu devi guardare la faccia dell’attore che interpreta Norman Bates in quella scena finale…io mi sono cagata sotto”.
Va bene, mi son detta, è stata abbastanza esaustiva da farmi salire la curiosità di vedere questo film di Hitchcock divenuto tanto famoso nella storia del cinema. Così, alla prima occasione che mi capitò, mi misi a guardare Psyco.
La reazione che ho avuto la prima volta che l’ho visto è stata una non reazione, nel senso che mi aveva lasciata indifferente. Sì, qualche scena di suspense c’era eccome, le musiche erano molto efficaci nel creare le atmosfere cupe, la tensione si avverte, ma mi restava tutto tiepido. Per non parlare della scena di quando Norman Bates fa il suo ingresso in cantina con addosso il vestito della defunta mamma, la parrucca e il coltello in mano per uccidere Lila Crane. Ecco, mi sono messa con la dovuta attenzione a guardargli la faccia. E sono scoppiata a ridere come se stessi assistendo ad un film comico.
“Questa è scema” ho detto col pensiero rivolto a Luciana che ormai credevo del tutto andata e pensavo che non ci fossero soluzioni per recuperarla. “Ma come si fa a cagarsi addosso per scene come queste? Il tizio sembra un deficiente col vestitino di carnevale, la parrucca che pare un sorcio morto sulla testa e l’espressione di un pagliaccio che lo fa sembrare un emerito cretino”.
La scena finale (quella tanto temuta) confermò la mia visione “comica”, da macchietta, che avevo di questo film. Davanti ai miei occhi Perkins era una caricatura, un personaggio grottesco su cui aveva veicolato tutta l’interpretazione, rendendolo apposta eccessivo e fuorviante per rendere credibile il ruolo che era stato chiamato a svolgere. Non ci vedevo di nulla di spaventoso e, certo, non si poteva definire un film dell’orrore (almeno non come lo intendevo io che erano quelli dove si vedeva esclusivamente sangue e scene raccapriccianti).
Per apprezzare e assimilare un film, una canzone, un libro, un’opera d’arte, ci vuole del tempo. I film hai modo di vederli più volte perché vengono spesso riproposti in tv, oppure puoi guardarli su un dvd, al computer, sulle piattaforme digitali, sui programmi appositi, così come pure le canzoni che tornano con una certa frequenza nelle radio.
Ebbene di Psyco oggi ho il dvd. Lo riguardo e provo le stesse sensazioni che provò Luciana e che tentò di tradurci col suo racconto nella nostra stanza, una sera di tanti anni fa.
È agghiacciante, terrificante. Un vero capolavoro dell’arte cinematografica.
Le scene – tutte le scene –, persino quelle più banali come l’ufficio dell’agenzia immobiliare dove Marion lavora come segretaria hanno un che di inquietante. Sono suppellettili che accompagnano le intenzioni dei personaggi – non proprio pulite –, che vengono animate dalle loro psicosi e trovano voce anche soltanto con la propria presenza occupando lo spazio della scenografia. Pensiamo agli uccelli impagliati di Norman nel motel e decontestualizziamoli dalla pellicola: alla fine cosa sono? Dei meri oggetti che fungono da ornamento ad un ambiente. Cuciti nel tessuto del film acquisiscono tutt’altro aspetto e significato, diventano parte della storia, si fondono coi personaggi, sono strumenti che ci svelano la loro caratterizzazione.
Vorrei spendere altre due parole sul frame conclusivo, ma le espressioni di Norman Bates parlano da sole. Vi chiedo di non essere superficiali come è stata la scrivente in passato e di scrutare bene lo spezzone del film qui sotto riprodotto.
Ho parlato di espressioni, non espressione. Nel riquadro del film – è un video e i movimenti dei muscoli del volto rendono più facile il compito rispetto ad una fotografia dove bisogna aguzzare di più la vista – non c’è solo Norman Bates e sua madre, ci sono molti volti e molti stati d’animo. C’è un bambino, un adulto, una signora anziana, un innocente, una narratrice, un burlone, uno scanzonato, una spettatrice, un curiosone, un ozioso, un imputato. C’è dispiacere, preoccupazione, incredulità, sorpresa, orrore, scherzo, curiosità, indifferenza. C’è un pubblico. È un teatro in una stanza.
Anthony Perkins riesce a entrare e uscire nella parte di tutte queste persone con una facilità impressionante, nella “finzione” è bravissimo a non essere finto, mostra tante sfaccettature di sé e dell’individuo. Mette i brividi. Ho la pelle d’oca ogni volta che lo guardo.
“Brava Luciana!” sussurro a fior di labbra (per una strana coincidenza nella mia vita c’è sempre stato un Luciano o una Luciana, un Lucio o una Lucia che mi ha “illuminato” su tante cose).
Un autore che riesce a far provare le identiche sensazioni di terrore, angoscia e paura (PAURA) nei libri è Donato Carrisi. La sua tecnica di scrittura si è così tanto affinata che il lettore non si mette a immaginare la storia, ma la vive sulla pelle, sente la strizza scorrergli nelle vene. La vittima (quello o quella che dovrebbe fare da protagonista del romanzo) fa da comparsa, perché il soggetto che respira il panico, l’ansia, il buio, è colui che tiene in mano il libro. L’assassino, lo psicopatico, lo stalker non è nelle pagine del testo, ma si aggira per le scale, gli androni del palazzo del lettore e nelle stanze della sua casa (se apri il frigorifero o le ante dell’armadio lo trovi che ti fa cucù. Attenzione quando aprite soprattutto la porta del bagno, potreste trovarlo nella cabina della doccia o dietro le tende della finestra che vi aspetta).
Come mi salta in mente adesso Carrisi?
Me lo sono ritrovato nel letto, e non come amante – sia chiaro – ma perché ho la maledetta abitudine di leggere di notte perché è il momento della giornata che mi viene più facile immergermi nella lettura. Beh, gli effetti (soprattutto se si tratta di certe letture) non sono dei più rilassanti, lo ammetto, e non sono qui a persuadervi di leggere Carrisi a notte fonda
No, non questo… lo scrittore! Quello di Martina Franca, questo è di Cellino San Marco!
pure perché se vi venisse voglia di farlo non penso che sopravvivreste fino all’indomani mattina, specialmente se nel silenzio, e avvolti nel nero della notte dove al massimo a far un po’ di casino sono le cicale, passa una moto sgasando a tutta velocità col motore truccato e vi fa venire un infarto che arrivate già belli stecchiti sotto il fallo eretto del Camposanto… manco lo vedete l’ospedale, i medici e gli infermieri coi camici bianchi!
Manco la barella dell’ambulanza vedete, fidatevi! E non perché sto esagerando, ma perché è un autore che è davvero capace di farvi vivere nero su bianco la realtà. Pur trattandosi di thriller e di storie “inventate”, c’è molta verità (se è definito il maestro del thriller ci sarà pure una ragione più che plausibile).
Si fa fatica a distinguere il reale dal romanzato. Anche quando si conclude la lettura, parlo sia della chiusura di un capitolo (che poi non è mai una chiusura perché è una porta socchiusa dove si sbircia per buttare l’occhio oltre il consentito e scoprire che c’è un’altra porta da aprire) che della conclusione del libro, si rimane ancorati alla storia, e per affrancarsi c’è bisogno che trascorrano dei giorni prima che ci si possa sentire del tutto liberi dalle grinfie del male. Questa sua grande abilità di sedurre il lettore, di manipolarlo, incantarlo, è dovuta, presumibilmente, all’esperienza acquisita nel campo della criminologia e agli studi e alle pratiche correlati alla materia; in diverse interviste Carrisi ha anche dichiarato di essersi sottoposto alle tecniche di ipnosi che si sono rivelate utili per poter scrivere le sue storie (gli ultimi libri vedono scendere in pista l’addormentatore dei bambini Pietro Gerber, nell’ordine: La casa delle voci 2019, La casa senza ricordi 2021, La casa delle luci 2022, e La casa dei silenzi 2024) oltre ad una piccola curiosità: la sua prima fidanzata era spaventata da lui perché temeva fosse uno psicopatico (come darle torto? Anche qui, fossi stata in lei, avrei pensato la stessa cosa. Leggetelo per crederci).
Il confine tra realtà e fantasia non esiste. Mentre in altri testi è elargito ampio spazio all’immaginazione del lettore (e quindi egli si costruisce una realtà parallela a quella vissuta quotidianamente come una sorta di evasione), nei romanzi di Donato Carrisi c’è poco da immaginare. Per usare un linguaggio cinematografico, è molto hitchcockiano. Guardare i film di Hitchcock – a sua volta ispirato da un’altra autrice molto brava a costruire storie che ruotano attorno alla psicologia dei personaggi e che nella sua carriera è stata la sua musa ispiratrice – è come leggere i romanzi di Carrisi.
Il monito della mia compagna di università – che sapeva essere molto più arguta e perspicace della sottoscritta – era di esortarmi ed essere più pragmatica e meno “favoleggiante”, di affinare la mia capacità di osservazione e di non farmi trascinare troppo dalla superficialità e impulsività delle situazioni.
Non era un caso che fosse una persona fuori dal comune con la quale tessevo codici di comunicazione noti solo a noi due, che ci permettevano di scoprirci e riconoscerci pur restando in silenzio.