Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Ricordati il tempo fra le vignette, è lì che succedono le cose importanti. (Gianrico Carofiglio)
Un libro. Le pagine. La scrittura, i paragrafi, la punteggiatura. L’armonia dello spazio bianco e lo spazio scuro.
E poi c’è il titolo, il sottotitolo e una fotografia in copertina. Una donna, in primo piano, e un uomo al suo fianco che la osserva ma non la tocca. Lo spazio. Il tempo. In bianco e in nero.
Ora immaginate la storia di questi due personaggi, a cominciare dal titolo. La carezza, una storia perfetta.
Non è una storia, ma una carezza. Non è (soltanto) carezza, ma (anche) storia.
La carezza è Pietro Pontani, un professore di filologia il cui sguardo incontra per caso quello di Lea Levi, ricercatrice universitaria di paleografia, durante un convegno a Rossano, in Calabria, dedicato al Codex Purpureus Rossanensis, un manoscritto bizantino. Sia Pietro che Lea sono ambedue sposati, ma subito scatta un’attrazione reciproca che li porta a trascorrere una notte d’amore, che non sarà l’unica. Da lì sino ad un tempo infinito, o “in un infinito altrove” come preferisce definirlo l’autrice, continueranno ad amarsi sino oltre l’eternità, oltre il tempo, oltre ogni sospensione e stupore. Il sentimento non divampa all’istante, cresce negli anni e nella distanza che li separa sino al nuovo incontro stabilito dalle coincidenze e dal destino. La prima volta succede nel 1999, la seconda volta nel 2019. C’è un prima, e c’è un dopo. In mezzo il tempo non esiste. Perché in mezzo ci sono Pietro e Lea.
Quella che sembra una notte di passione, in realtà, è una storia d’amore che si scrive da sola, e a scriverla sono i corpi, i baci, i sospiri, lo stupore, le carezze. Negli abbracci, nel gesto di toccarsi, Lea e Pietro annullano il tempo, lo spazio, persino quello che occupa i propri corpi stando incollati l’una all’altro, questo stare “dentro di te e fuori di me”. È una storia senza le virgole, i punti interrogativi, i punti esclamativi, le parentesi, i paragrafi, il virgolettato, le postille, i capitoli; è un unicum nero, clandestino, una scrittura priva di spazi, di respiro, di pensieri, legata a poche parole che si ripetono come i gesti, ma non per questo noiosi e incapaci di sorprendere.
È uno spazio essenziale. Lea e Pietro nel prima, nel dopo e nella distanza che è solo distanza fisica dei vent’anni, impareranno ad amarsi senza saperlo e senza mai dirselo a voce. “Ti voglio bene” è tutto quello che sa Lea quando si rivolge a Pietro, dopo l’amore. Di lui non conosce nulla, è un estraneo per lei, come lei per lui. Non sanno niente e sanno tutto Pietro e Lea dell’uno e dell’altra. Perché non è la parola che conta, le abitudini, i gusti, ma il sentimento che solo i loro corpi sanno esprimere quando sono insieme, quando sono l’una nelle braccia dell’altro, quando uno è dentro l’altra. “Fermati, aspetta”, le dice Pietro. C’è tempo. Qui, in questa stanza d’albergo, in questo spazio, c’è tutto il tempo del mondo. Non sono più me perché sono fuori da me, non sono più me e lo sono più che mai quando sono con te.
La mia lacuna sei tu, adesso.
Il mio spazio bianco.
E tu?
Non c’è una storia fuori da Pietro e Lea. I vent’anni che trascorrono senza riuscire a vedersi – per una serie di impedimenti sfortunati – sono la “lacuna”, “lo spazio bianco”. La storia inizia, si interrompe e riprende. Il sentimento rimane uguale (lo stupore, la perfezione sta nel fatto che riesca a rimanere intatto nel tempo e nella distanza, come un romanzo che si inizia a scrivere e lo si riprende dopo anni, ma è come se lo si riprendesse dopo mezz’ora), i corpi si riconoscono anche con le strie del tempo perché hanno imparato a parlarsi da soli. I baci non sono il prologo della storia, ma l’epilogo. I preliminari non aprono, chiudono. Tutto avviene al contrario, in maniera spontanea. Con urgenza.
La carezza, una storia perfetta è il romanzo con la R maiuscola. Quello che ognuno aspetta di vivere, non di scrivere (o di leggere). È una carezza che accompagna il lettore, dall’incipit sino alla fine. È una storia che appassiona per come è scritta, per come rende pulsante l’anima tra le pagine che si susseguono, per ciò che permette di vivere e immaginare. Pochissimi libri riescono a trasmettere emozioni così forti e potenti tanto da lasciare tramortiti e affamati di passione (intesa come sofferenza e desiderio).
Nella massima in esergo si fa riferimento al tempo nelle vignette (l’autore si riferisce alle vignette dei fumetti), l’ho scelta apposta perché non c’è niente di più vero di quanto riportato nell’aforisma. Come nei fumetti, anche nei romanzi è importate “lo spazio bianco” che intercorre tra un capitolo e un altro; non è uno spazio vuoto, fermo, che “separa”, è uno spazio che segna un tempo, lo spazio dove scorre il tempo e, di conseguenza, la vita.
È una regola comune a tutti i romanzi, i fumetti e le storie in generale. Se ci pensate l’intera esistenza è composta di tanti spazi bianchi, dove talvolta i respiri si fanno più lunghi, altre volte più corti.
In questo romanzo lo spazio bianco si affaccia ovunque, ed è necessario per comprendere l’importanza del tempo, dell’amore, e di tutto quello che non si può spiegare.
Perché esistono cose nella vita che non si possono spiegare, perché è la vita stessa a non sapersi spiegare. E come la vita, alcune storie, alcuni romanzi, alcuni libri, per quanto ci si sforzi, restano e resteranno impossibili da recensire.