Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


I am immortal¹


Lo scrittore è un animale che tante volte è puro ma in qualche modo vuole la fama, costantemente, per quanto micidiale essa possa essere, perché anche gli scrittori sono contagiati dal virus dell’eternità. Amano le parole e vogliono produrre opere per cui ciò che è oscuro venga alla luce, ma vogliono anche che quelle parole durino per sempre. E così, tristemente, lo scrittore è quell’animale che confonde la fama con l’amore.

La massima che precede – tratta dal romanzo Il futuro futuro di Adam Thirlwell – ha destato nella sottoscritta una vecchia reminiscenza, solleticata da un’altra massima letta in un altro libro, che aveva come tema l’eternità.

L’apoftegma recitava così.

“Ci sono tre modi per ottenere l’immortalità: piantare un albero, fare un figlio, scrivere un libro”. Sono le tre possibilità messe a disposizione di un individuo per lasciare una traccia di sé nel mondo.

Non so quante sono (se ci sono) le persone che si assumono l’impegno di piantare un albero, prendersene cura e vederlo crescere. Non mi va neanche di approfondire la questione perché trovo che questi precetti recano con sé qualcosa di tragico nel profondo della loro essenza.

L’unica riflessione che mi sento di fare è che tra le tre opzioni sopra prospettate quelle verso cui la gente è più attratta sono le ultime due. Con esiti disastrosi, permettetemi di aggiungere.

Procreare è biologicamente naturale, non so dire neanche se è una scelta o no. Qualsiasi essere ha il potere di generare una vita, sia che sia voluta sia che non sia voluta, a meno che non si soffra di qualche forma di sterilità o altra patologia che ne ostacoli la riproduzione. Lasciamo perdere la seconda alternativa e concentriamoci sulla prima.

Chi sceglie di generare una vita lo fa per amore (si spera). Nell’istante in cui il seme si innesta per far germogliare il frutto del sentimento che unisce due esseri, questo frutto recherà per sempre con sé una parte dell’uno e dell’altra ereditandone capricci, difetti, pregi, vizi o deformazioni che, in un altro corpo diverso dal feto, hanno determinato il carattere e l’identità di un individuo. Magari uno, preso dalla passione che sta vivendo in quel momento, non pensa neanche che nell’atto di moltiplicarsi sta in realtà plasmando la propria immortalità – un po’ come faceva Voldemort, il mago cattivo della saga di Harry Potter che divise la propria anima depositandola in sette horcrux per assicurarsi la vita eterna – o forse sì, ragion per cui si figlia non più per amore ma per “cristallizzarsi” in un altro essere umano (amore o egoismo, dunque?).

La cosa che più temiamo è quella di venire dimenticati. Per non aver vissuto invano, per dare eco del nostro passaggio nel mare magnum dell’esistenza, dobbiamo dire o fare qualcosa perché gli altri si ricordino di noi. Non basta diventare miliardari, il denaro conta ma non è sufficiente. Il denaro non dà l’Eternità.

Il detto “i soldi non fanno felicità” è veritiero. C’è tanta gente che naviga nell’oro, non tutti ma la metà di essa è depressa o insoddisfatta. Si illudono di avere tutto, ma non hanno nulla. Loro questo lo sanno, ma non sono in grado di ammetterlo con se stessi. Credono di averla vinta sul tempo e sui loro limiti con la chirurgia estetica, ma anche questa è un’illusione.

Si attraversa la vita come si attraversa una strada o un incrocio. E sono le scelte a determinarti, aggiungerete voi. Beh, forse avete ragione. O forse no. Chi può dirlo? Per chi crede nel destino le scelte non servono perché il libro è già bello scritto, pubblicato, editato e impacchettato. Diversamente, le scelte contano eccome.

Se è tutto un attraversare sono io (individuo) a decidere quale percorso seguire. Se decido di percorrere un itinerario, quel tipo di tragitto avrà una sua mappatura con i suoi incroci e le sue strade; al contrario, se decido di dirigermi verso tutt’altra direzione su quel cammino sorgeranno altri vicoli e intersezioni. Così se scelgo un terzo percorso, un quarto e così via. Il problema resta sempre lo stesso: non posso attraversare solo perché bisogna attraversare, ma devo lasciare le mie impronta.

Nel nostro quotidiano, modesto parere di chi scrive, di orme ce ne sono fin troppe.

Non serve più piantare alberi o fare figli (questi ultimi sono diventati pure una seccatura, oltre che un grosso onere economico). Basta scrivere, e non necessariamente libri.

Guardatevi intorno: quante persone conoscete che scrivono? Anche baggianate, ma scrivono? La vita vera non è più uscire di casa per lavorare, fare la spesa, mangiare una pizza, andare in palestra, fare una chiacchierata al parco, passeggiare all’ara aperta, imboscarsi… (pure imboscarsi sì, che c’è di male? Pure dasse un appuntamento in un tugurio di ostello, vedesse dietro a una quercia o per cinque minuti alla stazione pe’ ‘n saluto veloce o un bacetto).

Ora, dico io, perché tutta ‘sta necessità di pubblicare un libro? Perché sprecare carta, abbattere gli alberi (magari state ammazzando un vostro antenato piantato mille e mille anni fa e manco lo sapete), inquinare il pianeta (chissà per quanto tempo ancora dobbiamo campare…ah già, a voi non interessa l’argomento…voi andate in cerca dell’immortalità!), insomma… perché dobbiamo darci fastidio più di quanto non lo stiamo già facendo sugli smartphone, sui tablet e sui pc? Basta dar voce alle proprie esigenze e insoddisfazioni con lo strumento che ci è stato concesso per conseguire il nostro scopo: i social.


Ma non è la stessa cosa di un libro…! che differenza c’è? Un oggetto dà più successo di un mezzo che ti mette a disposizione pure la scorciatoia per arrivare prima alla vetta? Ok, coi libri vai in televisione, alla radio, puoi rilasciare tantissime interviste e magari immillare il numero dei like sul tuo profilo social… insomma raggiungi il tanto agognato successo! Finalmente c’è gente che parla di te, che si accorge di te, sa che esisti, che sei bravo, sei ballo, hai talento, qualità… sei immortale. Ma siamo sicuri?

Non sono a conoscenza del momento storico in cui quella chiosa fu vergata su carta, non sono neanche sicura se la massima è dell’autore che avevo letto anni fa, o se sono io ad attribuirgliene la paternità (se così fosse, sarebbe la primissima volta che mi trovo a dover dissentire con lui) pur appartenendo ad un altro autore; quel che è assodato è che oggi l’apoftegma è anacronistico.

Oggi tutti scrivono, ognuno di noi lascia una traccia di sé. Ai tempi del mio autore si scriveva sul diario segreto, su pezzi di carta di un block notes nascosti nel cassetto di un comodino (magari infrattati tra le mutande multicolor, di pizzo o della nonna non ha importanza tanto nessuno ci andava a ravanare là dentro), nei libri di scuola, in fondo allo zaino o nella roba conservata negli scatoloni su in soffitta… l’alea di finire nel dimenticatoio era molto concreta.

Pure oggi si finisce nel dimenticatoio, se non ti dai da fare e non fai qualcosa per farti notare. Ecco perché stiamo lì a sgomitare nei post, nei commenti, nelle “opinioni”, nei reels (ma che so’? Come si usano?); siamo come dei caproni impazziti, sembra non ci sia abbastanza spazio per tutti e dobbiamo lottare per conservare il nostro posto e, se possibile, usurpare pure quello dell’altro fino ad annientarlo.

Siamo l’uno l’invasore dell’altro… Combattiamo per conquistare confini (consensi, like, cuoricini di Coma_Cose), per “allargarci”; più ci si espande più si acquista potere, fama, nome, prestigio. I posteri si ricorderanno di tutta questa grandezza, diverrò Immortale. A quale prezzo?

(Ma nu ve basta ‘o schifo che fate, c’avete bisogno de replicarlo ‘sto schifo e portasselo avanti nei secoli?)

Poc’anzi accennavo ai risultati disastrosi di questi metodi per diventare immortali.

Per quanto concerne la prima opzione (fare figli), in tutta sincerità, mi sento di ringraziarvi per il contributo che date affinché la curva demografica delle nascite si assesti sulle percentuali basse delle statistiche. Grazie anche al Governo² che con le sue politiche ci assicura che questo status quo perduri nel tempo (che guaiacchione!³ direbbe la mia cara prof di filosofia, mamma mia e com stam nguaiat!³).

Scherzi a parte, mettere al mondo un bambino solo per “fare famiglia”, o perché “lo fanno tutti”, o “Ieri vi siete sposati? Ma dai… non lo sapevamo…e quando lo fate un figlio?”, oppure perché “è stato un incidente di percorso”, “lo volevo e ora non lo voglio più”, “Ma quando c**** si fanno grandi e se ne vanno af******* da questa casa?” e poi mancare di occuparsene, ed essere dei genitori fantasma non va bene. Se la ragione che vi spinge a farlo non ha nulla a che vedere con l’amore, lasciate perdere. Farete del bene a voi, ma soprattutto al potenziale nascituro risparmiandogli un sacco di sofferenze e traumi.

Per quanto concerne la seconda opzione (scrivere un libro/scrivere) …

Lasciate perdere pure questa strada. Non avete idea dei guai che combinate, travolgendo persone che non c’entrano niente coi vostri casini e che non vi hanno fatto nulla di male. Abbiate pietà, ve ne supplico.

Le parole possono salvare, ma il più delle volte uccidono.





¹ Nei criminali è annoverata anche la sottoscritta.

² È ironia, non ci avrete mica creduto?

³ “Che guaio grande!”. “Mamma mia, come stiamo messi male a guai!”

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni