Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Non avere un amore. La scelta tra definirla una privazione o una liberazione dipende dall’umore e dal momento.
Dio ha creato l’uomo con il pene e il cervello, ma si è dimenticato di dargli abbastanza sangue perché possano funzionare insieme.
Sembra che molti uomini perdano del tutto il raziocinio quando quell’appendice, tra l’altro piuttosto buffa, decide di fare l’osso duro.
Nessuno può essere giudicato senza essere prima ascoltato.
L’amore ci dà molto nella vita, forse perfino tutto l’essenziale, ma di rado la sicurezza.
Parlare, ho parlato più che a sufficienza, ma non c’era nessuno che mi ascoltasse.
Il peggiore ostacolo all’amore, come all’integrazione, è un cuore che comincia ad arrendersi.
Le massime che precedono sono tratte dal libro di Björn Larsson, Filosofia minima del pendolare (pagine 225, Iperborea Editore 2025).
Come avrete notato, di un libro che mi colpisce sono solita stilare una recensione, nel caso di Larsson diventava complesso.
Prima di tutto perché non è un testo di narrativa ma di “filosofia” – più che filosofia sono appunti raccolti nel suo pendolare dalla Svezia alla Danimarca e in altre nazioni per motivi di lavoro e altro che inducono a infinite riflessioni – e poi perché gli argomenti da affrontare sono tanti (questi sono solo una piccolissima parte) e sarei stata costretta a frammentare l’articolo in due o più parti.
Cominciamo col dire che una delle cose che mi è piaciuta di questo libro è stata la trascrizione dei dialoghi dei passeggeri su un traghetto, tra un treno e l’altro oppure tra un bus e una metro. Voi non fate mai caso a quante storie si celano dietro a un dialogo? Leggendole è salito anche a me il desiderio di annotare su un taccuino i discorsi e le mezze frasi che due persone si scambiano in un negozio, sedute su un vagone di un treno, oppure di un individuo che attraversa la strada ed è impegnato in una conversazione al telefono. Confesso che è un gioco che mi ha sempre divertita perché mi dà modo di immaginare che dietro quelle parole, dietro le espressioni di un volto (o le imprecazioni), nelle abitudini di scegliere quale abito indossare quel giorno, ci sia una storia personale e un’altra che si può ancora costruire e inventare. Rubare persone alla vita reale per trasformarle in personaggi di un romanzo o di un racconto. È quanto mi propongo di fare per un post/articolo futuro.
È un passaggio presente anche nel libro, dove l’autore in parte spiega – e deduce – un’intuizione scaturente dal dialogo di due adolescenti, e dall’altra parte la scena è soltanto abbozzata lasciando il lettore alle sue riflessioni (o fantasie).
Passiamo alla fase successiva. Le massime contengono argomenti che, più di una volta, mi sono trovata ad affrontare in questa sede. Uno di questi è l’ascolto.
Non mi ricordo dove ho letto che la mancanza di comunicazione è la causa del principale fallimento di una relazione d’amore. Sono inciampata recentemente in questo aforisma ma, con tutto quello che leggo durante le ore del giorno, faccio fatica in certi momenti a ricordare ciò che mi entra nella testa attraverso gli occhi e le orecchie. Il triste panorama su cui ci affacciamo appena svegli, però, non fa che confermare quanto sia vero il precetto. Adesso, per esempio, non so perché mi risuonano in testa le note di Words una lirica di Madonna facente parte dell’album Erotica del 1992 (ricordo che ai tempi avevo la musicassetta e che la canzone era la seconda del lato B) il cui ritornello faceva così:
Words
they cut like a knife
cut into my life
I don’t want to hear your words
they always attack
please take them all back
if they’re yours I don’t want anymore
e, sempre a proposito di questa canzone, mi viene in mente anche il video in cui lei (Madonna) viene vessata dal suo amante/compagno/spasimante attraverso le parole di quest’ultimo, che esercita su di lei delle pressioni oltre che fisiche anche psicologiche, volte a renderla un pupazzo, una schiava, un oggetto. È interessante notare come un video dei primi anni ’90 anticipasse quelli che nel secolo attuale sono ormai i temi caldi – più che caldi, brucianti – del giorno.
Parole. Se ne dicono tante. Larsson si sofferma anche su quest’aspetto. Fa un’analisi matematica sottraendo, moltiplicando, aggiungendo; in certi passaggi del libro è come avere in mano un tomo di matematica o di fisica quantistica che esamina attentamente particolari a cui un individuo, nel corso della vita di tutti i giorni, non fa caso. Avete mai pensato quante parole si dicono al giorno? Quanto fiato, quanta aria viene buttata fuori dalla bocca stante l’enorme numero di esseri umani presenti sulla Terra? Che fine fanno queste parole? Dove cadono queste parole? Quante di esse vengono recepite, comprese, assimilate?
Stamattina facevo un’altra riflessione.
Tra le VIP impegnate nelle battaglie contro il femminicidio c’è chi decanta la solidarietà femminile promuovendosene sostenitrice, nonché fervente credente (perdonate il gioco di parole). Alcune di loro (non tutte), per avvalorare la loro tesi, e quindi convincere quante non ci credono, cercano di ribaltare la questione – che è sotto gli occhi di tutti – facendo ricadere la colpa agli uomini attraverso questo assunto.
Le donne devono sempre lottare per dimostrare di non essere inferiori al maschio, esse hanno uguali diritti che, come tali, devono essere riconosciuti (e fin qua nulla da obiettare). Se la solidarietà femminile non viene vista di buon occhio – anzi, non viene proprio vista perché non esiste – è perché le donne, singolarmente, sono troppo concentrate a dimostrare al “nemico” che sono capaci (tanto quanto lui e anche di più) in quello che fanno e questo, a malincuore, va a discapito delle altre compagne di battaglia, generando un falso antagonismo tra le stesse (falso, perché tutte combattono la stessa guerra).
Mi rendo conto che il ragionamento è contorto, e lo è perché di fatto è così.
Io voglio bene a tutti. Maschi, femmine, omosessuali, trans gender, asessuali, asessuati, angeli, diavoli, perché ognuno deve fare come si sente di fare e deve essere quel che realmente è (non tollero in nessuna maniera bugie, falsità, apparenze e soprattutto non mi piace porre limiti alla libertà di un individuo e vedo nero con quanti lo fanno) a patto che rispetti l’altro e che non gli arrechi fastidio, danno o pericolo. Mettiamo in chiaro una cosa però: la solidarietà femminile non esiste e mai esisterà. Come lo so? È scienza¹.
Quindi smettete di credere a quante cercano di convincervi del contrario (e soprattutto non andate appresso alle fandonie che scrivono sui social ormai sorgente a disposizione di tutti, in special modo di giornalisti, dove attingere notizie o scoop).
Non ci vuole comunque la scienza dirvelo, basta osservare e accorgersi di quel che accade sotto i vostri occhi e il vostro naso. L’ultimo episodio è quello tra un’attrice e una scrittrice che si sono beccate tra loro in nome di una presunta gratitudine e di un altrettanto presunto riconoscimento. Un chiaro esempio della famigerata solidarietà femminile.
Potrei riportarvi altre situazioni ma, non essendo questo un luogo per il gossip, per chi fosse interessato a tali argomenti è pregato di visitare i siti preposti a tali scopi.
Il testo di Björn Larsson è un binocolo sul mondo perché esplora dettagli che, all’occhio comune, passano in secondo piano. Tra i tanti temi è menzionato anche il Covid-19, e le tracce che questo virus ha lasciato in ognuno di noi dal preciso istante in cui ne siamo rimasti contagiati (questo il libro non lo dice, ma tutte le premesse portano alla triste conclusione).
Possiamo dire di aver superato definitivamente la fase Covid e di essercelo lasciato alle spalle? Ricordate gli sciocchi slogan “Andrà tutto bene”, “Torneremo più uniti di prima” e il motto dell’allora premier Giuseppe Conte “Siamo distanti oggi, per abbracciarci con più calore domani”? Quanti di questi pronostici sono andati a buon fine?
Le distanze sono raddoppiate, i muri (che speravamo di aver abbattuto e quelli ancora presenti che fingiamo di voler abbattere) sono diventati più alti e massicci, la comunicazione è andata a farsi benedire e nel frattempo sono scoppiate pure due guerre! In quattro e quattr’otto ci siamo scordati di tutte le belle speranze, delle canzoni cantate affacciate a un balcone o a una finestra (col vicino di sotto, di sopra o a fianco che sbraitava perché non ne poteva più) per urlare gioia, speranza e solidarietà e, pertanto, che soffrivamo per le privazioni e l’isolamento imposto… e tutto questo per cosa? Per perseverare a vivere da isolati, per continuare a lavorare in smart working, per stare lontano dalla gente, e per sentirla o vederla – invero insultarla è il termine corretto – tramite uno schermo.
Sfatiamo il mito che il peggio è ormai passato. Il virus esiste ancora. Ed è ancora più virulento e spaventoso (è il patogeno che temo più di qualsiasi altro morbo, che mi ha fatto sempre paura, sempre me ne farà, ed è fin troppo sottovalutato).
E dirò di più. Il virus c’era già da prima che si propagasse in maniera così dilagante, il 2020 è stato il punto di rottura e di non ritorno. Tutti lo conosciamo con la nomenclatura di Covid, in realtà il suo vero nome è Ignoranza.
Il lockdown era un ottimo pretesto per curarci da questa malattia dato che avevamo tantissimo tempo a disposizione per dedicarci alla cura dello spirito. In tanti, quasi tutti in realtà, hanno preferito non solo rifiutare l’antidoto, ma addirittura sguazzarci nella malattia inzaccherando² il proprio vicino.
Le conseguenze di quella scelta le stiamo pagando oggi ancor più del passato. Chi, all’epoca, aveva inteso il lockdown come una prigionia e non come un contraccettivo al virus ha contribuito ad appesantire e ingigantire quelle catene che lo derubavano della libertà e che, ancora adesso, lo tengono in pugno rendendolo uno schiavo della società che ha creato, fecondandola col seme della sua stupidità.
Ognuno è responsabile delle proprie azioni. Frase già detta, letta e ripetuta stra-milioni di volte… ma siete sicuri di capire bene il significato delle parole?
Io mi sono fatta persuasa – prendendo in prestito uno dei sicilianismi di Montalbano, “figlio” di un grande autore qual è Andrea Camilleri – che, essendo ormai il mondo gremito di tuttologi, la gente le usa senza conoscerne il significato; volendo spiegare meglio il concetto con un esempio, è come se il medico che deve misurarti la febbre invece di utilizzare il termometro utilizza l’otoscopio. Ora, di medici sprovvisti di abilitazione ad esercitare e senza titolo di studio ce ne sono, ma non penso che il loro numero sia pari o superiore agli esperti in Tuttologia.
Mhmm (mumble muble).
Sull’argomento amore la faccenda si complica. Questo è un campo su cui possiamo stare ore a discuterne, e quando dico “ore” è da prenderlo come un eufemismo perché qui pure un’infinità di vite sono poche per comprendere questo strano sortilegio che ha il potere, la capacità, la forza, la magia, di trasformare le persone (sia nel bene che nel male). Dapprincipio avevo deciso di saltare questa materia, ne darò solo qualche cenno.
Partiamo col dire che non ho mai capito chi, tra uomo e donna, diventa più rimbambito (un’altra terminologia sarebbe più azzeccata, ma volgarotta) quando è preso dai fumi di questa droga. Una cosa è sicura: scemi si arriva a essere scemi (ma proprio scemi, eh?), qualcuno può credere non in egual misura io invece affermo che la misura è la stessa, sono le modalità ad essere diverse. La donna ha un approccio più emotivo, più romantico, più sognatore – proprio stamattina³ leggevo un articolo su La Stampa che il genere dei romanzi più letti sono, ahimè₄, i romance che si mescolano al fantasy e alle graphic novel –, l’uomo ha uno slancio più istintivo, più passionale, più viscerale, più di pancia (sotto cintura, per intenderci). Le massime di Björn Larsson non lasciano dubbi in merito. È un fatto costitutivo, insito nella natura di una e dell’altro. La frase – Larsson specifica nel testo che è di una femminista americana – Dio ha creato l’uomo con il pene e il cervello, ma si è dimenticato di dargli abbastanza sangue perché possano funzionare insieme è la prova provata di quel che ho appena enunciato (ora però chiedo ai maschietti di non avercela con me e soprattutto di non fucilarmi). Per principio di completezza e trasparenza devo aggiungere che Larsson è d’accordo con questa massima, e infatti prosegue dichiarando: «C’è del vero in questo. Sembra che molti uomini perdano del tutto il raziocinio quando quell’appendice, tra l’altro piuttosto buffa, decide di fare l’osso duro₅».
In sintesi: le donne amano col cuore, gli uomini amano con l’appendice. Non è carina come osservazione, ma è così (L’amore è una questione di organi, cit. Charlie. Vi piace? L’ho partorita adesso).
Il bello (o il brutto) – la vita, e con essa le sue pertinenze, è sempre una questione di prospettive e di soggettività – arriva quando tocca capire dove termina il confine con il sesso e comincia quello dell’amore.
Non ho una grande opinione degli uomini. Sarà sfiga, ma finora tutti quelli che ho conosciuto erano uno la fotocopia dell’altro. Non hanno una identità, una originalità, una verve, qualcosa che mi ha affascinata e che mi ha spinto a nutrire un sentimento di attaccamento, di valore, di profondo. Sono d’accordo con Mina quando canta “semplici e un po’ banali, io direi quasi prevedibili e sempre uguali. Sono fatti tutti così gli uomini e l’amore, come vedi tanti aggettivi che si incollano su noi, dai che non siamo poi cattivi…”₆
Prevedibili. Sì, è la definizione esatta. Il loro denominatore comune.
Per par condicio devo ammettere che anche delle donne (almeno non di tutte) non ho una grande stima. Quando vogliono – ed è una scelta consapevole che fanno perché sanno di non essere così – sanno essere davvero stupide e scadere anche loro in una superficialità inaudita che agli occhi di chi le guarda li obbliga a ritenerle tonte e pazze.
La differenza tra maschi e femmine sta tutta qui. Le donne sono consapevoli, e quindi se decidono di adottare un certo comportamento o un atteggiamento è per una loro scelta. Gli uomini non sono consapevoli di ciò che fanno, e lo sono di natura. Azzardo: è l’uomo ad essere istintivo e la donna razionale, non il contrario.
Resta il fatto che determinate scelte da parte del mio sesso (per quanto le apprezzi) non le condivido, specie se le fanno passare come strumenti per indurre a sconfiggere concezioni di pensiero stereotipate (producendo l’effetto contrario, non la demolizione della concezione anacronistica del pensiero). Per come la penso io, in un uomo devo stimolare il cervello non il p****lo.
Nonostante ci sia ancora tanto da dissertare perché, come dicevo, il libro è ricco di spunti di riflessione, volgo alla conclusione regalandovi un paio di pagine che appartengono a Maktub, testo di Paulo Coelho (La Nave di Teseo Editore, 2023), per invitarvi ad aguzzare la vista sulla scena che si schiuderà ai vostri occhi e a prestare orecchio su tutto quanto vien detto dalle persone coinvolte in questa storia.
¹ La conferma al dubbio della sottoscritta è arrivata dalla risposta di una psichiatra e psicoterapeuta la quale ha dichiarato che non è ipotizzabile l’esistenza della solidarietà tra donne, in quanto biologicamente connaturato al sesso femminile l’istinto di protezione della specie che si estende a tutti gli altri campi.
² Il lemma qui sta per contagiare.
³ Nel momento in cui questo post viene redatto è il 5 marzo 2025.
₄ Ma perché fate queste cose?
₅Cit. nel testo.
₆Acqua e sale, brano dell’album Mina Celentano del 1998.