Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Notizia dall’ANSA del 20 dicembre 2024.
“Carcere a vita per Costantino Bonaiuti, l’ingegnere che uccise con un colpo di pistola la sua ex, l’avvocata Martina Scialdone, il 13 gennaio 2023 a Roma all’esterno di un ristorante nella zona dell’Appio Latino. Lo hanno deciso i giudici della Corte d’Assise della Capitale accogliendo la richiesta avanzata dalla Procura che contesta all’imputato anche le aggravanti della premeditazione, dei futili e obietti motivi, del legame affettivo oltre al reato di porto abusivo di arma.
Dopo la sentenza la madre e il fratello della vittima si sono abbracciati piangendo. “È andata come volevamo e speravamo. Timore c’è sempre sui verdetti ma giustizia è stata fatta. Martina non tornerà, una vita è stata spezzata. C’è la sofferenza di tante famiglie, anche quella dell’assassino. Non ci sono vincitori o vinti”, hanno commentato dopo il verdetto.”
Una notizia “giusta”. Sì, ma quanto durerà?, mi sono chiesta dopo averla letta.
È solo il primo grado, la Giustizia italiana prevede due gradi di giudizio: il Tribunale e la Corte d’Appello (in questo caso, Corte d’Assise e Corte d’Assise di Appello). Il terzo, che compete alla Corte di Cassazione, si pronuncia solo per questioni formali che attengono al diritto (corretta interpretazione e applicazione delle norme, vizi nella costituzione e valutazione delle prove, osservanza e uniformità della legge nazionale e altre competenze relative alla giurisdizione), non più sul merito, che ha già avuto due strumenti di esamina da parte dei giudici. Ergo, vi è possibilità che si proceda per il secondo grado di giudizio.
Siccome non sempre le sentenze di secondo grado confermano le motivazioni di fatto e di diritto contenute nelle sentenze appellate (sentenze di primo grado), vi è il rischio che qualora si dovesse avanzare domanda di appello, la sentenza di primo grado della Corte d’Assise potrebbe essere riformulata in toto o in parte (quest’ultima ipotesi resta la più probabile). Se ciò dovesse avvenire, che fine fa la giustizia?
Martina l’ho conosciuta. Per un periodo ci ho lavorato. Abbiamo condiviso le stesse stanze, lo stesso lavoro, le stesse aule di Tribunale che le hanno reso giustizia e che mai, la sottoscritta e le persone che lavoravano a contatto con Martina e la scrivente, avrebbero immaginato di averci a che fare direttamente, faccia a faccia. Quelle aule si frequentavano per far valere i diritti dei propri clienti. Eravamo strumenti, mediatori, mandatari, delegati, pacieri (ci provavamo, sino ai limiti del possibile), non vittime. Non lo siamo mai stati, e nemmeno ci sognavamo di esserlo. Poi, come sempre accade nella vita, succede quello che non deve succedere (nella buona e nella cattiva sorte).
La notizia della sua uccisione è stata una doccia gelata, uno shock, un incubo, un’onta, una macchia puzzolente e scura. Non ci potevo credere, non ci credevo. Il mostro, lo scarafaggio, lo “avevamo” in casa. Era accanto a Martina, e quindi era accanto a noi. Respirava l’aria di Martina, e quindi infestava la nostra aria. Si nutriva della vitalità, della spensieratezza, dei sogni di Martina e quindi si nutriva delle nostre speranze di costruire e avere un mondo migliore.
Non sono un giudice, non lo sono mai stata e non voglio esserlo. La carriera di giudice e medico sono le carriere più ambite perché permettono di elevarsi ad un alto rango sociale, di darsi una certa importanza, potere, rispetto, lustro, ricchezza… uno non pensa mai che sono mestieri di grossa, grandissima responsabilità. Sono ruoli che vanno assunti con coraggio, determinazione e cuore, molto cuore, perché c’è in ballo la vita delle persone. Non è il caso di farne una questione di leggerezza relativa solo all’immagine e al prestigio, perché prestigio e immagine sono le ultimissime cose da tenere in considerazione in questi lavori. Prima vengono le persone.
E qui il discorso si fa lungo.
Perché chi è che può dire ciò che è giusto e ciò che non è giusto? Sì, Giustizia è stata fatta. Martina ha visto riconosciuto il suo diritto, la sua giustizia. Non mi sento di approfondire l’argomento. È giusto così, quell’omicida andava fermato e condannato. Ma per qualcun altro potrebbe non essere così, e quindi la sentenza va appellata.
Adesso, consideriamo per un momento questa assurda ipotesi, i giudici della Corte d’Assise d’Appello come si muoveranno? Confermeranno la sentenza (e quindi carcere a vita) oppure la rimoduleranno (sconto o commutazione di pena)? E se la riformeranno, dove va a finire la giustizia, cosa si può chiamare giustizia?
Stamattina ho fatto questa riflessione: le favole e la giustizia sono due concetti molto relativi, perché uno se le aggiusta e se le racconta come gli pare.
Riflettete: la giustizia non è sempre giusta. È imperfetta. Sono gli uomini a fare la giustizia, ad interpretarla (l’interpretazione è sempre soggettiva, mai oggettiva), ad applicarla. E se l’uomo per natura è imperfetto, tutto ciò che discende da lui è imperfetto. Sintesi: la giustizia me la costruisco e la utilizzo come mi pare, facendola passare per cosa buona e giusta ma, sotto sotto, è frutto di mia invenzione, opinione e pensiero.
Reminiscenza. In gioventù (è ilare l’espressione e voglio vedere in quanti se ne accorgono) ho lavorato per diversi studi legali dove venivo corretta e redarguita per la forma che utilizzavo nella stesura degli atti. Un giorno una titolare dello studio mi fa: “non utilizzare sempre la stessa terminologia, soprattutto quando riporti le massime della Cassazione”, “Vabbè ma come faccio a sottoporre all’attenzione del giudice questo particolare aspetto attraverso la statuizione della Cassazione?” le chiedo. “Puoi sempre scrivere la Cassazione asserisce, definisce, opina…” (scrivevo sempre «statuisce» quando tiravo in ballo la Suprema Corte). Il verbo «opinare» mi piaceva, e da quel momento in poi iniziai a farne largo uso, sennonché, quando arrivò l’occasione di cambiare studio il titolare (un tipo molto pignolo) mi fece notare questa cosa e, piuttosto alterato, mi rimproverò dicendomi: “Ma come ti viene in mente di scrivere che la Cassazione opina? Adesso i giudici si mettono a dare opinioni?”. Il risultato fu che non mi avvalsi mai più del verbo opinare, ma oggi mi sento di dire che, tutto sommato, non era sbagliato usarlo. Certo, poteva sembrare offensivo citare la Suprema Corte di Cassazione depauperandola della sua capacità di giudizio scrivendo che opinava invece di statuire, chiarire, ribadire, stabilire, eccetera ma, in sostanza (e per logica) non ero lontana dalla verità.
Stesso tipo di ragionamento vale per le favole. Io me le sòno, me le canto e me le racconto quando non ho più voglia di assistere al cesso di realtà che mi circonda, dalla delusione, dalla tristezza e dalla frustrazione che mi accompagnano nel corso delle giornate e dal senso di solitudine che non mi si scrolla di dosso quando vado a coricarmi la notte. Allora per non pensare, per non sprofondare, per non avvilirmi (e avvizzirmi) mi invento un mondo nuovo, una nuova vita, una nuova realtà: più bella, più allegra, più giocosa, dove si resta per sempre bambini.
Nd sit bell!¹
In fondo le cose belle della vita servono a questo: porre rimedio al male, alla bruttezza. Poco importa se poi la cattiveria, il brutto, continuano ad esistere (e si fa troppo poco per debellarlo).
Si parla. Si parla soltanto (non si discute, perché nella discussione è insita la dialettica, il confronto, l’ascolto). Parole, parole, parole/Parole, parole, parole/Parole, parole, parole/Parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi…
Poi quando e se si fa, si viene pure criticato, giudicato e in alcuni casi pure attaccato. Tutti molto coerenti, soprattutto se il giorno prima scendevate in piazza a manifestare contro il femminicidio e ora vi battete per una certa censura al diritto di espressione.
Pure io voglio esprimermi alla mia maniera: se faccio un peto per strada verrò censurata per il mio modo di esprimermi? È la mia arte, un modo di pensare e manifestare. Eccentrica, ma pur sempre un’arte (perché poi mi dovete spiegare cos’è l’arte se nella definizione vogliamo far comprendere ogni e qualsiasi libertà di pensiero, anche se è contro la morale e contro ogni principio di eguaglianza e rispetto di cui ci riempiamo le bocche ogni giorno e ci sentiamo in diritto di manifestare per difenderli).
Non voglio tirarla per le lunghe, pure perché si è già discusso tanto sull’argomento e chi scrive ha già detto la sua sulla coerenza, sulla verità e sulla responsabilità di cui è investito un personaggio pubblico.
Un’ultima cosa però la voglio dire, riassumendola con una massima che non ha bisogno di esegesi (il lemma non c’entra nulla con la massima, ma è modo ironico di servirsene visto che si è dissertato di “diritto” e “giustizia”), ma che lascia trarre a voi le conclusioni: campano tutti, chi più chi meno, sulla stupidità umana (Luciano De Crescenzo).
¹Quanto siete belli!