Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Blue Valentine (terza parte)


Alcune sere dopo Diego fece ritorno al locale. Prese posto a sedere dietro al tavolino della volta precedente, ordinò whisky liscio e si mise a fumare durante le esibizioni dei diversi spettacoli. Quando Eva andò in scena lo notò subito ma a fine numero si ritirò dietro il sipario. Diego attese fumando e sorseggiando il suo whisky. Un uomo si alzò dal tavolino facendo un gran fracasso e rovesciando i bicchieri a terra che andarono in frantumi. La ballerina che gli era accanto lo sorresse mentre lo trascinava con sé dietro le quinte. Qualcun altro si voltò per osservare la scena, dal bancone arrivò una ragazza con straccio, scopa e paletta per ripulire il tavolo e il pavimento sporco.
« Allora sei venuto »
Diego si voltò a guardarla ancora inguainata nella guepiere e minigonna nera di pelle, la parrucca sulla quale poggiavano gli occhiali da sole e le labbra coperte dal rossetto rosso.
« Perdonami se ti ho fatto preoccupare » le disse.
« Eva! Eva! » si sentì chiamare tra urla e fischi.
Eva volse lo sguardo a coloro che la stavano aspettando sin dall’inizio della serata e che le facevano segno di avvicinarsi. Diede un’ultima occhiata a Diego poi lo lasciò raggiungendo il gruppo di uomini.
Diego continuò a fumare e ad osservare chi gli passava intorno sorridendogli oppure accarezzandogli una spalla. Quando finì il suo whisky si alzò e si diresse al bancone poggiando il bicchiere vuoto sul tavolo.
« Vuole altro whisky? » gli chiese Rosa fumando una sigaretta e con uno straccio buttato sulla spalla.
« No, grazie »
La donna soffiò fuori il fumo dalle labbra osservando i clienti ai tavolini e le ragazze che intrattenevano gli ospiti ridendo e ammiccando lasciandosi accarezzare.
« Mi scusi, a che ora chiudete? » domandò Diego.
« Alle cinque »
Diego guardò l’ora al rolex che aveva al polso. Un quarto dopo la mezzanotte. Sedette allo sgabello e ordinò un caffè. Rosa gli tolse il bicchiere di whisky vuoto e gli preparò quanto le aveva chiesto. Nel mentre Diego fece ruotare lo sgabello verso i tavolini. Era ancora lì e proprio in quel momento si stava alzando seguita da un uomo basso e rude. Si guardarono mentre attraversava il salone diretta dietro le quinte.
« Il suo caffè »
« Grazie ».




« Ti ha aspettata tutta la notte »
« Non mi va di parlare con lui »
« Non sei curiosa nemmeno di sapere perché si è fatto vivo dopo tutto questo tempo? »
« Io proprio non ti capisco. Fino a qualche giorno fa mi avevi detto di mandarlo al diavolo e adesso? Pretendi che lo accolga come se niente fosse? »
« Se non mi vuoi vedere basta che tu me lo dica »
Diego le sorprese entrando nel camerino di Eva la cui porta era stata lasciata aperta con Rocco e Attilio andati via dopo l’ultimo cliente.
« Vi lascio soli » disse Rosa dileguandosi.
« Che cosa vuoi? » gli domandò Eva in accappatoio bianco e con un asciugamano col quale si serviva per asciugare i capelli bagnati.
« Vederti »
« Mi hai vista. E poi scusami ma adesso è tardi per qualsiasi cosa. Stiamo chiudendo e io fra un po’ me ne torno a casa »
« Ti accompagno »
« No » lo guardò « Ti prego. Sono stanca »
Diego sedette sua una delle sedie che erano nella stanza.
« Scegli allora. O ti fai accompagnare oppure chiacchieriamo un po’, il tempo che tu ti rivesta »
Eva poggiò l’asciugamano sulla toeletta.
« Dimmi la verità. Sei venuto per vedermi o perché vuoi essere informato su quanto ho fatto questa notte appena passata? »
« Ma perché pensi questo? »
« Che sciocca. Sono stata ancora più stupida io a porti questa domanda. Che cosa mi aspettavo? » prese una sigaretta, il pacco di fiammiferi, ne tirò fuori uno, lo sfregò e lo accese.
« Un uomo come te non dovrebbe mai dire la verità »
Diego s’alzò per andarle vicino e le tolse la sigaretta dalla bocca.
« E una bambina cattiva come te dovrebbe smetterla di fumare questa porcheria »
Lesse la marca. Fortuna. Ne tirò una boccata tenendo la sigaretta tra il pollice e l’indice. Gli parve di fumare paglia al posto del tabacco. La spense nel posacenere. « Pessima »
« Guarda che con me non attacca »
« A cosa ti riferisci? »
« Quella era l’ultima »
« Meglio. Così smetti di fumare »
« Andrò da Rosa » disse avvicinandosi alla porta ma lui la bloccò afferrandole un braccio.
« Ferma »
« Non mi toccare » gli intimò senza che lui mollasse la presa « non mi toccare ti ho detto »
« Perdonami ma detto da te suona male » le mollò il braccio.
« Vai. Vai dai tuoi barboni e da quegli stupidi impomatati da quattro soldi che si divertono solo a venire a vederti le gambe »
Si tolse la giacca e la buttò sulla sedia sopra la roba di Eva. Mise le mani nelle tasche dei pantaloni e si mise a girovagare per il camerino osservando i pochi quadri appesi e gli oggetti d’arredamento come un abat-jour e il grammofono accanto al frigo bar e al televisore.
« E tu? Perché vieni qui? »
Diego passò un dito sul grammofono illuminato dalla debole luce gialla della stanza. Uno strato di polvere gli rimase attaccato sopra.
« È tuo questo? »
« Me lo ha regalato un cliente »
« Ti trattano bene »
« Devo vestirmi »
« Prego. Fa’ come se fossi a casa tua »
Eva si avvicinò alla sedia dove sotto alla giacca di lui c’era la sua roba.
« Ti spiace levarmela di qui? »
Diego fece un passo avanti per accontentarla. « Vabbé, lascia stare faccio io »
Tirò fuori la roba sua. Un paio di jeans, una maglietta color sabbia con sopra disegnato un sole e un gilet di jeans cercando di non sgualcire il suo indumento. Dopo che ebbe preso tutto si diresse in bagno con ancora i capelli bagnati e l’accappatoio addosso.
Socchiuse la porta. Infilò gli slip sotto il telo di spugna, sciolse la cinta, prese il reggiseno e se lo appuntò togliendosi l’accappatoio. Fissò la porta bianca dietro la quale non udì provenire alcun suono. Prese i jeans, li indossò e mise addosso anche la maglietta. Si guardò allo specchio scansandosi dalla faccia i capelli mezzo asciutti e mezzo bagnati, dopodiché uscì scalza dal bagno.
Lo trovò con un cofanetto in mano, simile ad un carillon, che portò all’orecchio e che esaminò.
« Non funziona » gli disse standosene sulla soglia della porta e guardandolo a braccia conserte.
« C’è qualcosa che funziona in questa stanza? »
Eva gli si avvicinò con passo felino. Lo prese per le spalle larghe e lo inchiodò al muro. Fece scivolare le mani fin sopra la cintura dei calzoni e pian piano cominciò a liberare il bottone dalla asola e a far scorrere la cerniera verso il basso.
« Non sei costretta a farlo » le disse mentre la guardava negli occhi dello stesso colore dell’oceano.
Eva si chinò all’altezza della cintola.
Diego sollevò il capo e chiuse gli occhi.





La sveglia del cellulare suonò alle sette in punto. Diego lo tirò fuori dalla tasca interna della giacca e lo spense. Lo rinfilò al suo posto con la mano che gli tremava. Poi se la passò sulla faccia cercando di concentrarsi sulla forma irregolare di una foglia a terra, a pochi centimetri dalla panchina su cui era seduto. Era gialla. C’erano foglie gialle in primavera?
Quando il vento la fece capovolgere Diego notò che al rovescio era di colore marrone. Strizzò gli occhi. Adesso era arancione. Come i pezzi da cinquanta che aveva lasciato ad Eva prima di andarsene, con la giacca che reggeva col dito indice buttata sulle spalle e il sangue che gli pompava impazzito per tutto il sistema nervoso.
Era salito sulla sua macchina, una Jaguar grigio satinato modello XJ220, e si era messo a girovagare per le strade della città approfittando del silenzio prima che esso venisse riempito dal trambusto quotidiano. Aveva parcheggiato la macchina davanti al cancello di ingresso ed era sceso diretto al parco. Tirava vento fresco a quell’ora di primo mattino tanto che fu costretto a rimettersi la giacca. Il gesto bastò a fargli ricordare lei. La annusò. Un odore misto a vaniglia e mandorle gli attraversò le narici.
Sarebbe dovuto tornare a casa a cambiarsi prima di tornare a lavoro ma, con estremo stupore, scoprì che non gli andava. Camminò un altro po’ prima di tornare in macchina. Ebbe voglia di fumare ma si accorse di aver lasciato il pacco di sigarette e l’accendino nell’auto.
Al soffio del vento le catene delle altalene nel parco si mossero appena. C’era della merda di cane al centro dello spiazzale accanto alle giostre. In mezzo all’erba e vicino ai cestini della spazzatura vi erano fazzoletti di carta, cannucce e una lattina di coca cola accartocciata.
Diego prese le chiavi della macchina e schiacciò il pulsante per aprirla. Le quattro frecce lampeggiarono al comando. Montò su. L’accese, innestò la retromarcia e in quel momento il cellulare lo avvisò di un messaggio. Premette sul tasto visualizza e lo lesse mentre con una mano reggeva il volante buttando un occhio alla strada. Quando ebbe finito lo buttò sul cruscotto e accese la radio. Mancava un quarto d’ora alle otto.

A semaforo rosso si fermò. Le strade e gli incroci cominciarono ad intasarsi. Sfilò una sigaretta dal pacchetto che aveva lasciato vicino al cambio e l’accese abbassando il finestrino dal lato del conducente. Restò a guidare col gomito in fuori sino a che, pochi chilometri più sotto, rimase imbottigliato sulla tangenziale per via di un incidente.






Due sere dopo fece ritorno al Blue Valentine. Concluso lo spettacolo della mezzanotte si avviò dietro le quinte diretto al camerino di Eva. Salito le scale trovò Attilio e Rocco che non lo fecero passare.

« Tanto lo so che è sola. E che mi sta aspettando »
« Deve rispettare la fila » gli intimò uno dei due energumeni.
« Andiamo non ho tempo da perdere, mi faccia passare »
« Le ho già detto che non si può »
« Va bene » Diego tirò fuori il portafogli e lo aprì « quanto vi serve? »
« Signore noi non possiamo…»
« Allora ditele che sono qua fuori ad aspettarla e che devo parlarle. È urgente »
Le due guardie del corpo si guardarono e l’altro che non aveva parlato annuì, facendo un piccolo cenno con la testa che non sfuggì a Diego.
« Va bene »
Attilio prese le banconote da duecento euro che Diego aveva tirato fuori e che gli stava porgendo, le infilò lesto nelle tasche dei jeans, dopodiché lo fece entrare.
« Ti hanno ringraziato almeno? » gli domandò Eva seduta alla sua toeletta intenta a pettinarsi i capelli.
« Hai ascoltato tutto? » le chiese richiudendosi la porta alle spalle.
« Quasi. Allora, ti hanno ringraziato? »
« Li hai addestrati anche per questo? »
« Per prendere mazzette o per essere educati con tutti quelli che mi vengono a trovare? Tutti e due »
Raccolse la chioma dei capelli scuri, si guardò le punte e sfilò via due capelli deboli e sfibrati.
« Stavi uscendo? » Eva indossava dei jeans chiari e una camicetta bianca.
« Avevo un appuntamento con un cliente »
« Chi è? »
« Quello che doveva essere qui al posto tuo »
« Beh, visto che sei già pronta ti porto via con me »
« Dove? »
« Dove vuoi tu. Anche a mangiare. Se ti va »
« Tu hai mangiato? » gli sorrise mentre avvicinava al viso uno specchio e si accarezzava le labbra.
« Un panino a pranzo »
« Solo? »
Diego annuì.
« Sei un uomo impegnato… scommetto che prima di venire qui lavori fino a tardi e che adesso sei molto, molto affamato. Non è così? »
« Che vuoi fare? »
« Non è esatto. Quel che devi domandarmi è “ Che vuoi fare prima? Mangiare o scopare?” »
Lui fu sul punto di dirle qualcosa ma lei lo fermò.
« A quel punto io ti risponderò “Mangiami e scopami nell’ordine che preferisci” »
Prese una sigaretta accompagnata dal pacco di fiammiferi e l’accese soffiando sul fiammifero quando ebbe fatto.
« È tua? » le domandò Diego con un sorriso.
« Sepùlveda. Diario di un killer sentimentale »
« Eri una professoressa, una letterata prima di fare la puttana? »
« Mio marito adorava scrivere, leggere, viaggiare…» gli rispose con lo sguardo fisso nei suoi occhi. Una striscia di fumo le attraversò i suoi che, nella penombra della stanza, le luccicarono.
Diego tornò serio. Abbassò il capo e sul punto di voltarsi udì la risata sguaiata di Eva.
« Io non ce l’ho un marito! »
Diego tornò a guardarla.
« Cos’è? Ti vuoi prendere gioco di me? »
« Madonna come sei permaloso! Voi uomini siete tutti permalosi » Eva s’alzò dallo sgabello « ma chi vi credete di essere? »
« Ero venuto sin qui per portarti fuori questa sera »
« Sei venuto fin qui per fottermi, non fare il modesto »
« Perché sei sempre così volgare? »
« Lo hai detto. Sono una puttana »
« Tu non sei una puttana Eva »
« Che cazzo vuoi Diego eh? Vuoi scoparmi? Allora falla finita con questa tua messa in scena e sbrigati che c’ho gente che mi aspetta »
« Come fai a far finta che niente sia successo dopo che è tutto finito tornandotene a casa con la loro scia addosso? »
« Io non mi porto appresso nessun ricordo di loro. Questa sera stessa già mi sarò levata il tuo odore di dosso »
Diego la tirò a sé per le braccia e standole dietro le sussurrò all’orecchio: « L’altra sera però non ti è dispiaciuto tornartene a casa col mio sapore in bocca »
« Stai mandando a fuoco il camerino »
« Non mi provocare Eva »
Eva si divincolò dalla stretta e raccolse il mozzicone di sigaretta che le era caduto sulla moquette quando Diego l’aveva presa per le braccia. Tamponò il segno della bruciatura fresca colla punta dei sandali col tacco. Un segno nero grosso quanto un buco di formicaio si era disegnato sul tappeto.
« Provocare è il mio mestiere Diego. Se non ti sta bene quella è la porta » Eva spense il mozzicone nel posacenere. Prese un’altra sigaretta e l’accese.
« Davvero saresti disposta a fare tutto quello ch ti chiedo? »
« Chiedi. E ti verrà concesso »
« E se volessi baciarti? »
« Quella è l’unica cosa che non faccio »
Tenne ferma la sigaretta tra le labbra socchiudendo di poco gli occhi per via del fumo mentre con le mani si sbottonava la camicetta. Vedendo che Diego esitava gli si avvicinò, gli prese la testa e gliela poggiò tra l’incavo dei seni sorretti da un reggiseno bianco a balconcino. Diego la stinse a sé mentre le baciava il petto, le spalle e il collo. Quando riemerse Eva gli offrì un tiro dalla sigaretta ma subito disse: « Dimenticavo. A te queste non piacciono »
Diego gliela rubò, fece un tiro e la spense adagiandola ancora tutta intera sul bordo del posacenere.
Sollevò Eva dal pavimento prendendola in braccio e la buttò sul letto.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Storie di libri e di teatro