Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Dal balcone del camerino lasciato socchiuso Eva e Diego udirono la melodia di una canzone. Una macchina si era fermata in strada accanto il Blue Valentine. Le note che riempivano l’aria provenivano dallo stereo dell’auto col volume a palla.
« Chissà chi sono questi poveri disgraziati » disse Diego sdraiato a pancia in giù sul letto.
« Magari sono un ragazzo e una ragazza che si sono persi e non sanno più qual è la strada per il ritorno » fu la risposta di Eva che, seduta a letto spalle al guanciale, fumava una sigaretta stando attenta a non far cadere la cenere sulle lenzuola bianche.
« Oppure due checche che non hanno di meglio da fare tranne ascoltare repertori di questo genere »
« Vicino ad un locale come questo? »
« Magari non lo sanno » Diego si voltò e si mise supino coi gomiti appoggiati sul materasso « bisogna che qualcuno vada a dirglielo, può darsi cambino idea » la guardò.
« Tu l’hai cambiata? »
« Riguardo a cosa? »
« A tua moglie »
« Non sono sposato, te l’ho detto »
« No, non me lo hai detto »
Eva tirò dalla sigaretta buttando fuori il fumo tenendo gli occhi bassi. Poi cominciò a canticchiare sottovoce. « Non ho l’età… non ho l’età…per amarti… non ho l’età, per uscire sola con te…» quando ebbe finito spense la sigaretta nel posacenere che teneva in una mano e lo poggiò sul comodino alla sinistra del letto. « Scusa »
L’auto che era di sotto ripartì con uno stridìo di ruote. Il vento fece aprire di poco la porta del balcone. Eva si rannicchiò sotto le coperte sistemandosi il guanciale.
« Hai freddo? » le chiese Diego.
« Non lo sento più il freddo » gli rispose.
Diego si alzò per andare a chiudere il balcone e tornare a letto. « Oggi il mio più stretto collaboratore mi ha confidato una cosa. Ha scoperto che la moglie lo tradisce »
Eva sorrise ironica.
« Ho sempre pensato che il loro fosse un matrimonio di convenienza »
« Come si chiama questo tuo amico? »
« Giovanni »
« Una sera venne da me un poveraccio. Non seppi mai il suo nome. Lo vidi per due o tre notti, poi sparì. Mi raccontò di esser stato un uomo che aveva avuto tutto dalla vita, sin dalla nascita. Aveva studiato all’università, si era laureato giovanissimo e con ottimi voti. Aveva conseguito due master in marketing e in economia dei mercati finanziari all’estero. Aveva viaggiato molto e aveva conosciuto sua moglie proprio in uno di questi viaggi. Mi mostrò la sua fotografia. Era una donna bellissima. Credo di non aver mai visto in tutta la mia vita una donna più bella. Lui era sempre stato molto corteggiato e ambito dalle donne. Si sposarono dopo sei mesi. Una cerimonia grandiosa con oltre duecento invitati in una villa lussuosissima in Toscana. Poi successe l’imprevisto. Durante la cerimonia mentre si stava dirigendo in bagno udì dei suoni soffocati provenire dai camerini accanto. Si avvicinò per dare una sbirciata. In quell’occasione trovò la moglie con ancora indosso il vestito da sposa che si stava scopando un tizio che non aveva mai visto. Per lui fu un tale shock che da quel giorno non riuscì più a riprendersi. Mi disse che voleva fargliela pagare per quello che gli aveva fatto ma quando stava con me non era il mio nome che urlava ma quello della moglie »
Diego rise divertito.
« Cioè mi stai dicendo che è stato cornificato il giorno stesso delle nozze? »
« Lo trovi tanto divertente? »
« Beh, solo un coglione non si renderebbe conto che la sua donna se la stia spassando con altri uomini »
« Tu riusciresti a capire quando una donna si è stancata di te? »
« Sono sempre stato io il primo a mollare »
« È triste » disse Eva dopo un po’.
Diego scansò le coperte. Si infilò i boxer, raccolse i calzini e li mise ai piedi. Poi prese i pantaloni neri, infilò anche quelli, indossò la camicia e calzò le scarpe.
« È triste amare chi fugge, che l’abbiano vinta persone che non contano nulla, che creature innocenti vengano al mondo e gettate nella spazzatura a dispetto di chi farebbe di tutto pur di avere un figlio »
Lui ascoltò tutto quello che lei disse senza dire una parola. Aspettò di rivestirsi dopo che Eva ebbe finito di parlare. Abbottonò la camicia, prese la giacca, sfilò il portafoglio e tirò fuori cinque banconote da cento euro. Li buttò sul letto.
Uscì.
Le strade erano buie e vuote a quell’ora, illuminate solo dalla luce dei lampioni. I semafori avevano la luce arancione che lampeggiava. Diego proseguì dritto agli incroci senza fermarsi con la sua Jaguar. Quasi tutte le finestre dei palazzi avevano le tapparelle abbassate. Su alcuni balconi erano appesi panni ad asciugare. I cartelli lungo le corsie indicavano le direzioni da seguire.
Diego girò a zonzo per due ore quella notte.
Attraversò viali, stazioni, vicoli, piazze. E quando ebbe finito se ne tornò a casa. Prima di salire si fermò al distributore automatico di sigarette. Quando si voltò per tornare indietro vide un barbone ricoperto di stracci e cartoni che dormiva a terra in un angolo riparato dai portici. C’era puzza di piscio.
Pochi metri più sotto Diego giunse al suo portone. Fece le scale salendo agile fino al sesto piano. Quando aprì la porta di ingresso accese le luci in soggiorno e in corridoio. Tirò fuori il cellulare dalla tasca interna della giacca. Sul display c’erano dieci chiamate perse e due messaggi in segreteria. Diego compose il numero e aspettò. Dall’altro capo gli rispose una voce assonnata.
« Diego ma dov’eri? Ti ho cercato tutta la sera…»
« Ho bisogno di vederti. Devo parlarti ».
« Te ne sei andato senza salutarmi la scorsa volta »
« Non era la prima volta »
« Ti sbagli. Una volta lo hai fatto »
« Una volta. Quante volte siamo andati a letto io e te? »
« Quattro? Cinque? »
Con uno scatto Diego le fu subito dietro. Le alzò la gonna, le abbassò gli slip e in un attimo si slacciò i pantaloni e tirò fuori l’uccello. Le mise una mano sulla bocca perché non urlasse mentre lo sentiva spingere e sfogarsi dentro di lei appoggiati alla porta del cesso.
Quando Diego ebbe finito si sistemò le mutande e i calzoni. Si avvicinò al mobiletto vicino al televisore dove vi era un piccolo frigo bar. In basso Eva ci teneva due bottiglie di whisky e scotch. Diego prese del whisky che versò in un bicchiere di plastica. Quando ebbe fatto andò a sedersi nella poltroncina vicino al balcone. Accavallò le gambe. Bevve.
Eva non si era mossa. Si era messa seduta a terra su un fianco con la testa appoggiata alla porta del bagno e con gli slip color lavanda calati fino alle ginocchia. Tremava.
« Chi è stato l’uomo a ridurti così? » le domandò Diego fissandola mentre teneva il bicchiere in mano.
« Eva ti ho fatto una domanda »
« Non mi chiamo Eva. Il mio vero nome è Anna »
Per un po’ Diego non disse nulla continuando a bere.
« Questo non cambia nulla » disse poi guardando il bicchiere vuoto sia all’interno che all’esterno come se volesse esaminarlo « anzi, per me cambia. Mi dici una buona volta chi sei? E che cosa ci fai in questo posto? »
Eva lo guardò per la prima volta. « Sei ubriaco »
« Non sono ubriaco »
« Ti ho sentito mentre mi scopavi »
« Anche se lo fossi non ti riguarderebbe » Eva lo guardò torva.
« Sì, sono ubriaco e allora? » le domandò sporgendosi dalla poltrona « Vuoi picchiarmi? Frustrarmi forse? » alla luce dell’abat-jour gli occhi di Diego erano gialli come quelli di un gatto. Eva sentì correre un brivido lungo la schiena. Non mosse un dito né un piede.
Diego si alzò per versarsi dell’altro whisky che mandò giù tutto d’un sorso. Accartocciò il bicchiere e chiuse gli occhi. Quando li riaprì la trovò che si era rannicchiata in un angolo e che continuava a guardarlo.
« Fammi dormire qui stanotte »
« Lo sai che non posso »
« Ti prego, Anna. Ho bisogno di dormire. Soltanto di dormire. »
Trovò un’altra soluzione. Chiese a Jessica di poter usufruire del suo camerino visto che era l’unica che riusciva – senza farsi scoprire – a trasgredire le regole e a trascorrere le notti fuori con i clienti. Fece ritorno nella sua stanza alle cinque di mattina quando ebbe finito con l’ultimo cliente. Aveva gli occhi cerchiati, un colorito pallido e i capelli in disordine. La prima cosa che fece fu andare in bagno a lavarsi.
Diego dormiva sul suo letto. Non si era neanche spogliato. Se ne stava pancia in giù con la camicia bianca, i pantaloni neri e coi calzini ai piedi. Aveva la faccia sul cuscino rivolta verso il balcone. Anna sedette sul letto con indosso l’accappatoio e restò a guardarlo per un po’.
Lo scosse piano per un braccio. « Diego »
Lui non si mosse.
« Diego »
Lo scosse più forte. Diego mosse un sopracciglio e deglutì.
« Diego »
Si voltò lentamente su un fianco respirando profondamente mentre portava le braccia in alto. Le ossa gli scricchiolarono. Gemette e aprì gli occhi.
« Devi alzarti. Tra un po’ chiuderanno il locale e passeranno quelli delle pulizie »
Diego si guardò intorno ancora intontito. Chiuse gli occhi e una smorfia di dolore gli contrasse i muscoli della faccia. « Dove sono? »
« Al Blue Valentine. Non ricordi nulla di ieri sera? »
« Mi scoppia la testa…» si coprì il volto con le mani.
« Ti sei preso una bella sbronza »
Diego abbassò le mani quel tanto da scoprire gli occhi di un verde ramarro. La prima volta che Anna riuscì a distinguere il loro colore naturale alla luce dell’alba.
« Cos’è successo ieri notte? »
« Niente. Sei venuto qui, ubriaco e mi hai chiesto di poter dormire nel mio camerino »
Lui annuì anche se non sembrava molto convinto.
« E tu? » le chiese.
« Io cosa? »
« Che ci fai in accappatoio? »
« Ho appena finito di farmi una doccia »
« Hai l’aria stanca »
« Sistemati, dai. Tra mezzora dobbiamo essere fuori »
Diego provò ad alzarsi ma la testa gli faceva un male cane. Era come sentire il cervello crivellato a colpi di trapano. Quando Anna ebbe finito di vestirsi lo aiutò a camminare tenendogli un braccio dietro al fianco e l’altro il braccio che Diego aveva poggiato sulla sua spalla.
« Ce la fai a scendere dalla scala antincendio? »
« Ho preso una sbronza, non sono mica malato »
Anna e Diego uscirono dal camerino e si diressero al balcone accanto per aprirlo e scendere dalla scala.
« Non si accorgeranno che è stato lasciato aperto? » chiese Diego.
« Ci penserò io. Avanti, scendi »
Scesero in strada. Anna lo condusse con sé dietro il locale in una parallela. L’aria era fresca e il sole era quasi sorto. Anna si strinse nel giubbino di jeans.
« Sei venuto in macchina? »
« No. Ho preso un taxi ieri sera »
Lei annuì. « Senti, io vado okay? »
Diego la prese per un braccio. « Mi pianti così? »
« È meglio che non ci vedono insieme »
« Anna io… non so cosa sia successo ieri sera. Qualsiasi cosa abbia fatto ti chiedo scusa »
Stava per andarsene quando Diego strinse la presa del braccio.
« Perché ti ho chiamata Anna? »
L’ascensore ci mise un’eternità a salire.
Quando la porta si aprì accompagnata dal suono del campanello Diego credette che non avrebbe fatto neanche in tempo ad aprire la porta di casa tanto gli doleva la testa. Si diresse in bagno, aprì il cassetto dei medicinali, prese una pasticca, la ingoiò dopodiché si diresse in camera, si tolse la giacca e si lasciò cadere vestito sul letto.
Quando si svegliò erano le dieci. Si sentiva un po’ meglio e la prima cosa che fece fu telefonare in ufficio. Poi si diresse in bagno per spogliarsi e ficcarsi sotto la doccia.
Il gettito dell’acqua fresca sulla pelle lo rigenerò. Si lavò i capelli, si coprì di bagnoschiuma e si sciacquò. Lasciò che l’acqua gli scivolasse su tutto il viso incollandogli i capelli scuri sulla fronte spazzando via la schiuma dal corpo. Quando ebbe finito si asciugò con un asciugamano bianco. Lo stinse in vita mentre con un altro si asciugò i capelli sfregandosi il cuoio capelluto. Prima di rivestirsi prese il phon, mise la spina nella presa accanto allo specchio sul lavabo e si asciugò i capelli.
Mezzora più tardi era seduto sul divano in camicia e pantaloni blu davanti al suo pc controllando il lavoro degli ultimi giorni. Si servì della chiavetta USB per mandare una mail a Jill quando sentì bussare alla porta. Controllò l’ora al rolex che aveva al polso. Spense la sigaretta nel posacenere sul tavolino, posò il portatile e si alzò per andare ad aprire.
Gli comparve la faccia di Giorgio, l’amministratore delegato della società, in giacca e pantaloni beige e una cravatta nera al collo.
« Diego, porca puttana, ma che fine hai fatto? »
« Non ti hanno avvertito? »
« Di cosa? »
« Che oggi non sarei venuto in ufficio » prese un’altra sigaretta e l’accese mentre Giorgio, un uomo lungo e magro, chiudeva la porta.
« Tu sei pazzo. Lo aspettavi da tanto questo giorno »
« Spiegati meglio »
« Oggi avevate la riunione con gli americani per la faccenda riguardante la fusione con la loro società »
« L’acquisizione della Golden Power è un affare di cui si occupa Silvia »
« Posso farti una domanda? Ci sono problemi tra te e Silvia? »
« Perché me lo chiedi? »
« Perché neanche lei si è presentata alla riunione »