Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


A cosa servono i premi letterari?



Ieri notte ho sognato il Dottor Angela.

Visitavamo assieme luoghi, dissertavamo di vari argomenti, lui mi presentava personaggi, conoscenti… insomma eravamo come una coppia di vecchi amici che hanno piacere di rivedersi dopo tanto tempo. Mi sono svegliata con una sensazione bellissima (‘na volta tanto, vuoi mettere un giorno con Alberto Angela?).

Beh, retorico dire che il Dottore è un uomo affascinante. In tutti i sensi. E non c’è bisogno di sognarlo per poter affermarlo con sicurezza, semmai uno lo sogna appunto perché è un bell’uomo. Peccato che come tutte le belle persone sia già occupato (ok, basta così Charlie. Non aggiungere altro prima che tu faccia danni, l’ammirazione che serbi per il Dottor Angela è abbastanza chiara; se continui ad andare avanti va a finire che poi ti vergogni di quello che scrivi).

Alberto Angela, come il suo grande papà Piero, è uno dei pochissimi autori che merita, come infatti ha meritato e come prima di lui il genitore, più di un Premio – nel corso della sua carriera ha ottenuto il Premio Cimitile, il Premio Flaiano, il Premio Fregene, il Premiolino, il Guidarello d’oro, il Premio Portico d’oro Jacques Le Goff, il Premio America e tanti altri, oltre ad una serie di onorificenze – per la sua cospicua attività divulgativa in ambito scientifico, storico, geografico, antropologico, paleontologico, che ha permesso di approcciare i giovani (e non solo) alla cultura e a trasmettere loro la sete di conoscenza.

La riflessione sgorga da più basi di pensiero.

In questi giorni stanno circolando le notizie riguardo ai primi nomi che presumibilmente rientreranno nella cinquina del Premio Strega. Ovviamente il citato premio non è l’unico in ambito letterario, c’è il Premio Campiello, il Premio Bancarella, il Premio Pulitzer, il Premio Nobel, il Premio Goncourt… ma concentriamo la nostra attenzione sul Premio Strega, che è quello più discusso e non diverso da tanti altri.

A cosa servono questi premi?

Quando andavo a scuola – anche oggi vado a scuola ma in maniera diversa, non è proprio il luogo dove sedevo dietro ad un banco ma sempre una scuola è, sia che sia autodidatta o che riguardi corsi di specializzazioni o altro – la maestra, il professore, l’insegnante, assegnavano un premio al più bravo della classe. Vero è che gran parte di questi premi era in sostanza un premio alla bravura dello scolaro che si era distinto dagli altri per la sua intelligenza, la sua abilità e non da ultimo anche per la sua disciplina. Il premio, dunque, aveva una valenza soggettiva (diretto ad enfiare l’orgoglio dell’alunno) e una valenza oggettiva (fungere da esempio agli altri). Aveva una sua utilità.

Ricordo che quasi tutti i giorni si scatenava una gara volta a mettere in luce chi eccelleva più degli altri; il tutto avveniva in modo genuino, non era uno scavalcare i compagni in maniera irriguardosa, piuttosto una sana competizione che ci rendeva tutti delle persone migliori perché ci impegnava a cacciar fuori il nostro talento e a far funzionare le nostre capacità.

I premi letterari a cosa servono? È da quando ho scoperto il piacere della lettura che me lo chiedo. Non hanno nessuno scopo se non quello di glorificare ed enfatizzare la vanità degli scrittori. È un premio fine a sé stesso, che non apporta nessuna utilità ai lettori e che ha significato solo nel circolo dei letterati (autori, giornalisti, saggisti, critici).

Un premio ha valore se è di aiuto, di esempio ad una persona (società), che la supporti nella sua attività di crescita. Proprio come succedeva quando eravamo in classe alle elementari. Il fine non deve essere solo soggettivo, ma deve abbracciare la platea dei partecipanti: se la premiazione comporta solo un riconoscimento personale, escludendo la cerchia delle persone, che senso ha? Qual è il valore del premio?

Il confronto che mi viene in mente è simile a quello di un individuo che ha la possibilità economica di acquistare un abito di Prada o di Miu Miu rispetto ad un altro che non dispone di tanto denaro e ripiega su merce da bancarella (tanto per restare in tema). Il paragone rende l’idea se immaginiamo gli scrittori come i più abbienti e i lettori come i meno abbienti. I più abbienti fanno a gara a chi veste meglio e a chi si fa notare di più (e possono farlo solo loro che appartengono ad un certo “ceto”), mentre i meno abbienti non possono far altro che stare a guardare o tutt’al più ammirarli (gli esclusi dal “ceto”).

Un Direttore di giornale con cui ho piacevolmente collaborato in passato scansava ogni argomento che aveva a che fare con i Premi letterari. Diceva sempre che ci credeva poco. Rispecchiava quella che col tempo è diventata mia opinione consolidata, e cioè che questi premi siano troppo sopravvalutati.

Un post di qualche mese fa (ora si chiamano post non più articoli, che dobbiamo fa’? Ci dobbiamo adeguare alle nuove tecnologie e, di conseguenza, ai nuovi slang) ha rafforzato il mio convincimento. Rendeva noto che un autore – deprezzato dalla critica intellettualosa che conta – in tutta la sua carriera aveva vinto un solo premio: il Premio Bancarella. Il post metteva al corrente del momento in cui si svolse la premiazione, dei minuti di imbarazzo che pervasero l’atmosfera e dello stato d’animo del premiato. Perché imbarazzo? Perché l’autore in questione, tra i presenti in sala, non era ritenuto degno del Premio (e gli addetti alla manifestazione non mancarono di farglielo notare con tutti i mezzi a disposizione).

L’episodio appena descritto fu narrato dallo stesso scrittore in uno dei suoi libri. Dobbiamo solo ringraziare la buona sorte della appagante – e meritata – riuscita della vicenda, e non il giudizio e la considerazione dei cosiddetti “critici”, perché fu la voce del popolo a parlare e a decretare che i suoi scritti avevano sortito gli effetti che ci si aspetta da chi scrive libri, ossia diffondere l’amore per la cultura e la conoscenza, stimolare la curiosità verso tutto ciò che circonda l’essere umano (oltre ad educare ai buoni sentimenti affinando la sensibilità di chi legge per far sì che si sviluppi empatia col prossimo), far conoscere ed apprezzare il piacere della lettura, accrescere ed eccitare l’immaginazione, e stuzzicare il gusto di andare sempre a caccia di nuovi viaggi, nuove avventure e nuove scoperte.

In fondo è questo lo scopo dei libri. Non siete d’accordo?

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni